26082019Lun
Aggiornato ilSab, 24 Ago 2019 9am

La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria, ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro beni emesso, su proposta del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, dalla  Sezione  Misure di Prevenzione del Tribunale reggino nei confronti di PASSALACQUA Domenico, 64enne imprenditore originario di Reggio Calabria, operante nel settore della ristorazione, ritenuto esponente della cosca BUDA-IMERTI, egemone nel territorio ricadente nei comuni di Villa San Giovanni, Fiumara di Muro (RC) e territori vicini, attualmente in regime di detenzione carceraria.

Il proposto, già destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa il 9 giugno 2010 dal Gip di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione “Meta”, nello stesso  procedimento penale, con sentenza del Tribunale di Reggio Calabia  del 7 maggio 2014, è stato condannato alla pena di 16  anni  di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e turbativa d’asta.

In tale contesto giudiziario, il PASSALACQUA Domenico,  unitamente al BUDA Pasquale ed all’IMERTI Antonino, era risultato partecipe della menzionata consorteria criminale quale imprenditore “al servizio della cosca, operante non secondo logiche di libero mercato ma nel rispetto delle dinamiche oligopolistiche di tipo mafioso proprie degli imprenditori intranei ai circuiti mafiosi”.

Al citato PASSALACQUA, inoltre, nell’ambito della stessa operazione “Meta”, veniva contestata la turbativa di aste giudiziarie che si svolgevano presso il Tribunale – ufficio esecuzioni immobiliari – di Reggio Calabria. In particolare, lo stesso, unitamente ad altri soggetti, turbavano:

1.     un’asta del novembre 2005 “e ne allontanavano i possibili offerenti pure se affiliati ad altre cosche ancorché vicine ma con sfera d’influenza in altre aree territoriali”;

2.     un’asta dell’ottobre 2007 “che si rendeva indispensabile per rimettere in vendita i cinque immobili..omissis…allontanando in tempi diversi altri possibili offerenti”.

Nella citata sentenza del 7 maggio 2014, il PASSALACQUA è stato condannato per il reato associativo, mentre, in relazione al reato di turbativa d’asta, è stato ritenuto colpevole soltanto con riferimento all’asta del 2007 ed è stato assolto, perché il fatto non sussiste, dal reato limitatamente all’asta del 2005.

Nell’ambito del processo “Meta”, in data 23 giugno 2010, il patrimonio riconducibile al PASSALACQUA Domenico era stato inizialmente sottoposto a sequestro e, successivamente, in data 23 settembre 2010, dissequestrato in quanto, a parere dell’organo giudicante, nella ricostruzione patrimoniale prospettata dagli inquirenti dell’epoca, non era stata dimostrata una sproporzione tra i beni del proponendo ed i redditi da lui dichiarati.

Il Tribunale - Sezione  Misure di Prevenzione – di Reggio Calabria, tuttavia,  condividendo integralmente le richieste del Procuratore della Repubblica, sotto il profilo patrimoniale, ha ritenuto meritevole di accoglimento la richiesta di sequestro avanzata.

Le indagini patrimoniali eseguite dalla D.I.A., hanno consentito, in particolare, di acclarare una evidente sproporzione tra i redditi dichiarati dal PASSALACQUA e la consistenza di buona parte dei beni di cui il medesimo aveva la disponibilità ed hanno condotto al sequestro di un patrimonio  di circa  5 milioni di euro, costituito da:                                

-   Quota di partecipazione relativa ad una società operante nel settore della somministrazione di alimenti  e bevande (Bar-Gastronomia);

-   Quota di partecipazione relativa ad una società operante nel settore della ristorazione ubicata in Villa San  Giovanni(RC);

-   Ditta individuale esercente l’attività di panificio in Villa San  Giovanni(RC);

-   12 beni immobili tra ville, appartamenti, attici e terreni, ubicati in Villa San  Giovanni(RC);

-   1 autovettura di lusso modello Porsche Carrera 911;

-   1 imbarcazione da diporto a motore, modello Coverline Cabin 8.30, della lunghezza di circa 8 metri;

-   disponibilità finanziarie.

Il sequestro è il risultato di una articolata attività di indagine patrimoniale, coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria, svolta dal Centro Operativo DIA di Reggio Calabria nell’ambito della costante e intensa attività istituzionale diretta ad aggredire i patrimoni mafiosi illecitamente accumulati.

Negli ultimi 3 anni il Centro Operativo DIA reggino, nell’aggressione dei patrimoni illeciti costituiti dalla Criminalità Organizzata, ha sottoposto a sequestro beni mobili, immobili e rapporti finanziari per un totale di  1.007.957.528,00 euro e a confisca per un valore di 477.325.600,00 euro.

Dall’Emilia Romagna alla Calabria: 18 scout, tra i 18 e i 21 anni, si “sporcheranno le mani” dal 2 al 9 agosto a Rosarno in un campo lavoro promosso dall’ARCI Reggio Calabria, partner del progetto “Mestieri Legali”, promosso dal Consorzio “Terre del Sole” e sostenuto da Fondazione con il Sud, e volto ad aiutare nella bonifica del sito confiscato alla ‘ndrangheta i giovani migranti e la cooperativa sociale Alba impegnati nelle attività. L'esperienza del campo di Rosarno rientra nell'iniziativa nazionale dell'Arci -www.campidellalegalita.it - giunta alla nona edizione e che anche quest’anno, dalla Lombardia alla Sicilia, promuoverà campi e i laboratori antimafia.

 

Saranno dunque giorni caldissimi, non solo per il clima, ma soprattutto per il grande spirito di volontariato e l'impegno che i ragazzi in fazzolettone metteranno per rendere pubblico e fruibile a tutti un luogo in cui si annidava la cultura dell’illegalità. I ragazzi del Campo Lavoro saranno sostenuti, oltre che dai responsabili dell’ARCI Reggio Calabria, Dario Grilletto, Peppe Fanti e Alessandro Milardi, dai tecnici di Legambiente. Per tutte le mattine gli scout emiliani saranno, quindi, impegnati a rassettare l’area che diverrà un Parco Fluviale. 

 

«Per i giovani volontari - afferma Davide Grilletto, presidente di ARCI Reggio Calabria -  sarà un’occasione privilegiata per interagire criticamente con i luoghi attraversati, rielaborandone gli stimoli e i messaggi con lo spirito di chi sappia cogliere, leggere e scegliere il bello, dei luoghi, delle persone, della persona. Osservare le tante contraddizioni del nostro territorio ma, al tempo stesso, farsi interrogare da chi ostinatamente, in terra di Calabria, opera  per un’autentica sfida al cambiamento,  uomini e donne che aspirano ad abitare uno spazio di cittadinanza sostenibile e responsabile, dove l’economia, lo sviluppo, il lavoro diventino, da drammi quotidiani, leve per scardinare l’esistente».

 

Si partirà, dunque, domenica 2 agosto alle ore 18.00 presso la Scuola dell’Infanzia a Rosarno con l’incontro di presentazione del progetto “Mestieri Legali”; durante la settimana i ragazzi incontreranno la segretaria generale della FLI CGIL, Celeste Logiacco, l’ex Parlamentare e Sindaco del centro pianigiano, Giuseppe Lavorato. Nei giorni di soggiorno nella Piana i giovani di Faenza visiteranno sia i terreni della Cooperativa “Valle del Marro” che il Porto di Gioia Tauro.

 

«Questa prima esperienza dei Campi Lavoro - spiega Nuccio Quattrone, presidente del Consorzio “Terre del Sole” - alimenta sia lo spirito positivo del lavoro volontario per trasformare un bene confiscato in uno spazio di condivisione sia l’attenzione che tutto il Paese deve riservare a queste dinamiche di cambiamento partendo dal basso. La presenza di questi ragazzi di Faenza è uno stimolo affinché altrettanti giovani reggini e calabresi vogliano impegnarsi in prima persona in questa che è una grande azione culturale, prima ancora che lavorativa».

 

CARMELO QUATTRONE - Presidente Consorzio Terre del Sole

DAVIDE GRILLETTO -  Presidente ARCI Reggio Calabria


“Mestieri Legali” al via. Sono stati avviati i lavori di bonifica del sito confiscato alla ‘ndrangheta e concesso, dal Comune di Rosarno, al Consorzio “Terre del Sole”, nei terreni limitrofi ai fiumi Mesima e Metramo. Le attività, poste in essere dalla Cooperativa Alba, operante da anni nella Piana di Gioia Tauro e partner del progetto sostenuto dalla Fondazione con il Sud, unitamente ai ragazzi migranti dell’Associazione Omnia, che proprio grazie al progetto avranno una nuova e consolidata opportunità di lavoro, prevedono un primo step di manutenzione straordinaria con la rimozione dei rifiuti, che in modo inopinato sono stati “scaricati” nel terreno: un passaggio cruciale per giungere nei prossimi 18 mesi alla realizzazione del primo parco fluviale della Provincia di Reggio Calabria. I lavori saranno coadiuvati nelle prossime settimane, precisamente dal 2 al 9 agosto, dagli scout dei Campi Lavoro dell’ARCI e saranno coordinati dai tecnici di Legambiente: tutte le pratiche di rimozione rifiuti, pulizia e la tosatura dell’erbacce saranno messe in pratica secondo i massimi criteri della tutela dell’ambiente. «L’avvio dei lavori sul terreno confiscato rappresenta - dichiara Nuccio Quattrone, presidente del Consorzio “Terre del Sole” - un primo passo verso la normalizzazione di quel sito. Rimuovere i rifiuti, bonificare l’area e farla vivere dagli operai e dai volontari vuol dire dare una nuova dignità a quegli spazi, far sì che l’intera cittadinanza rosarnese si senta protagonista di un importante atto di cambiamento e di coesione reale fra tutte le componenti della società». Durante queste prime operazioni saranno impiegati alcuni migranti residenti a Rosarno e facenti parte dell’Associazione “Omnia”: proprio l’inclusione sociale attraverso l’attivazione di percorsi lavorativi sostenibili nel tempo è il pilastro progettuale unitamente alla riqualificazione del bene confiscato ai clan. «Finalmente siamo giunti allo “start” - spiega Giuseppe Carrozza, direttore del Consorzio “Terre del Sole” - e ci presentiamo ai nastri di partenza già con le idee chiare e con una squadra volenterosa di ampliare il proprio aspetto inclusivo, cercando, step by step, di attenzionare il territorio di Rosarno e di Laureana di Borrello, partner attivi con le rispettive Amministrazioni Comunali del progetto “Mestieri Legali”. Il lavoro che si presenta ai nostri occhi dopo l’ultimo sopralluogo è arduo, visto lo stato di abbandono e degrado del sito, ma l’obiettivo vogliamo sia tangibile ed a portata di tutti in tempi rapidi». Il progetto “Mestieri Legali” punta all'inserimento lavorativo dei migranti all'interno della prima Comunitàs delle Biodiversità ed è sostenuto da Fondazione con il Sud. Dal mese di Agosto, dunque, l’area comincerà ad animarsi con la presenza operante di tanti ragazzi del nord Italia pronti a “sporcarsi le mani” per la nostra Calabria. 

Come in Grecia in Calabria si muore per carenze nella sanità. Qui politica e ‘ndrangheta hanno rovinato il sistema, ma è anche colpa del peso dell'euro, che ha ridotto casse e reparti. - Ad affermarlo è la deputata del Movimento Cinque Stelle Dalila Nesci.

"La sanità della Calabria prima del 2010 aveva un bilancio di 3,6 miliardi all'anno. Nei successivi quattro anni sono stati tagliati 400 milioni. Dei fondi destinati alla sanità regionale il 70% se ne vanno in stipendi, il resto in altri capitoli di spesa. Sapete quanto resta per gli investimenti? Zero. Tutto questo a causa della necessità di raggiungere il pareggio di bilancio. Si tratta di un paradosso suicida, perché senza investimenti non ci sono possibilità di tornare a crescere.

Dal momento che le strutture sanitarie della Calabria troppo spesso non sono in grado di garantire i servizi necessari ai suoi cittadini, la Regione sborsa ogni anno somme ingenti per consentirgli di andarsi a curare all'estero. Il saldo tra questi fondi e quelli che entrano nelle casse calabresi grazie ai cittadini che vanno a curarsi sul suo territorio è pesantemente negativo: -250 milioni all'anno.

All'ospedale di Corigliano (Cosenza) per un ecocardiogramma occorre un anno d'attesa e in Pediatria manca perfino la tachipirina. A Polistena (Reggio Calabria) un caposala mi confessa che addirittura non hanno i soldi per sostituire le maniglie delle porte. All'ospedale di Crotone il laboratorio analisi, la cui ristrutturazione è ferma da anni, sembra uno scantinato. A Serra San Bruno (Vibo Valentia) hanno in dotazione una sola ambulanza, per cui in caso d'incidente stradale che coinvolga più persone il medico deve scegliere chi caricare a bordo e chi lasciare a terra.

In questo angolo di Sud è perfino un problema far nascere un figlio. Infatti, le terapie intensive neonatali sono state ridotte drasticamente e per le emergenze mancano posti negli ospedali hub. Noi del M5S gli unici a lottare per la giustizia, a denunciare, a chiedere che le autorità intervengano per arginare il crollo di un sistema al collasso, schiacciato da tagli, clientele e illegalità.

Per cercare di tamponare l’emorragia in questi anni in Calabria si si sono succeduti diversi commissari, che hanno solo tagliato posti letto e risorse, dimostrando che la politica dell’emergenza non risolve i problemi alla radice né gli sprechi.

Passano gli anni, cambiano i commissari e continuano i tagli. Il sistema clientelare della politica resta lì, immutabile, come nulla fosse.

Un esempio per tutti: recentemente è stato riattivato il punto nascite all'ospedale di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), nonostante fosse stato chiuso a seguito di precise e pressanti disposizioni ministeriali. Come mai questa decisione allora? Forse c’entra che Melito Porto Salvo è tra i feudi elettorali di Nico D'Ascola, nel 2014 candidato alla presidenza della Calabria con Ncd, il partito del ministro Lorenzin?

Qui i conti, oltre a essere in rosso, sono anche pazzi e fuori di ogni controllo. Lo scorso anno dall'Asp di Reggio Calabria sono usciti 393 milioni di euro senza che vi siano le relative tracce. Non bastasse, manca anche la certificazione ufficiale dell'andamento del debito, che spetterebbe al revisore Kpmg, pagato 3 profumati milioni all'anno. Quasi quattrocento milioni scomparsi nel nulla e nessuno, a parte noi del MoVimento, che abbia alzato un dito contro procedure che di legale non hanno nulla.

Infine, sempre a Reggio Calabria, troviamo lo scandalo “d’eccellenza” della sanità calabrese: il Centro Cuore con la Cardiochirurgia. Una struttura nuova di zecca, pronta per da tre anni ma non ancora aperta; anche, forse, per una storia di conflitto d'interessi nella vecchia direzione generale, dove c'era l'amministratore di una società privata di diagnostica. Il danno erariale, stimato dalla Guardia di Finanza, è di 40 milioni, il danno umano invece è incalcolabile. Oggi in tutta la Calabria esistono due soli altri reparti di cardiochirurgia e si trovano entrambi a Catanzaro.

Adesso il tempo delle vacche da mungere in Calabria è finito, insieme ai soldi. Per il crollo definitivo della sanità è solo questione di tempo e la Grecia non è mai stata così vicina."

Vi sarebbero le mani della ndrangheta sul giro di scommesse online, è quanto emerge da un un'indagine condotta dalla Procura di Reggio Calabria e che ha portato all'arresto di 41 persone e al sequestro di società italiane ed estere per un valore di 2 miliardi di euro. Ad eseguire i provvedimenti cautelari sin dalle prime luci dell’alba sono stati eseguiti dai Comandi provinciali dei Carabinieri e della Guardia di finanza, della Squadra Mobile della Polizia di Stato e della Dia di Reggio Calabria assieme allo Scico e al Nucleo speciale Frodi tecnologiche di Roma della Guardia di finanza, in varie città d'Italia.

In particolare per 28 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per 13 gli arresti domiciliari. Sono stati notificati anche 5 divieti di dimora e 5 obblighi di presentazione

alla polizia giudiziaria. Sono state sequestrate 11 società estere e 45 italiane operanti nel settore dei giochi e delle scommesse, oltre 1.500 punti commerciali per la raccolta di giocate e svariati immobili. Oscurati 82 siti nazionali e internazionali di "gambling on line".

Una maxi-confisca di beni, per un valore di oltre 150 milioni di euro appartenenti al boss di ndrangheta Rocco Musolino, morto nei mesi scorsi a 88 anni, è in corso di esecuzione da parte della Dia di Reggio Calabria e dei carabinieri del comando provinciale. L'operazione viene eseguita sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Sottoposti al provvedimento ben 338 beni immobili, tra ville, fabbricati, terreni e appartamenti, compendi societari e rapporti finanziari. Musolino era sospettato di essere un elemento di spicco della 'ndrangheta, capo del 'locale' di Santo Stefano in Aspromonte ed esponente della cosca Serraino.

Maggiori dettagli verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 10,30 presso la sala conferenza della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Capo della Repubblica Federico Cafiero De Raho, del Capo Centro Dia di Reggio Calabria, Col. Gaetano Scillia e del comandante provinciale carabinieri di Reggio Calabria, Col. Lorenzo Falferi.

La ndrangheta ha ormai soppiantano la mafia. E lo si è visto in due operazioni antidroga: dove prima era la mafia ad essere fornitrice, ora il broker ufficiale è la 'ndrangheta". Federico Cafiero de Raho, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, in diretta a "Voci del mattino", Radio 1, commenta le operazioni anti-nd'rangheta effettuate in Svizzera e Germania- Un dato testimonia questa potenza: riusciamo a sequestrare nel porto di Gioia Tauro una tonnellata e mezza di cocaina all'anno; se questa è la quantità sequestrata, dobbiamo moltiplicare almeno per dieci quella che entra. Questo dà la misura del giro d'affari che amplifica i guadagni e il territorio internazionale entro il quale la 'ndrangheta si muove, per accaparrarsi gli spazi necessari ai suoi traffici. Le cosche si insediano stabilmente non solo in Europa, - ha aggiunto Cafiero de Raho- , come dimostrano le inchieste e gli arresti in Svizzera e Germania, ma anche in Usa, in Australia, in Canada, con oltre 50 locali in mano alla 'ndrangheta. L'infiltrazione è amplissima e gravissima, e noi riusciamo a cogliere solo la punta dell'iceberg. L'Europa sta prendendo coscienza di questo, ma solo dopo l'impulso dato dalle inchieste che partono dalle procure calabresi. L'indagine in Germania è partita solo dopo la rogatoria avviata dalla procura di Reggio Calabria, e si è poi sviluppata autonomamente su reati di competenza della procura di Costanza. La 'ndrangheta non si muove in modo slegato ma unitario- ha spiegato Cafiero de Raho- . Dispone di un organismo di vertice al quale tutte le realtà locali fanno riferimento. Proprio nel caso della cosca tedesca, vi erano state frizioni con un'analoga cosca in Svizzera, a quel punto è intervenuto l'organismo di vertice che ha appianato tutto, dettando regole, disciplina e coordinando anche gli investimenti. E qui risiede la enorme pericolosità della 'ndrangheta: la sua capacità di muoversi in modo coordinato e unitario, su più territori che si trovano in connessione fra loro appunto grazie a questo organismo di vertice." (Il Velino/AGV News)

La ndrangheta controllerebbe anche l’Australia. È questo il risultato di un’inchiesta giornalistica realizzata dai media asutraliani Fairfax Media-Abc Four Corners e durata oltre un anno. Secondo Nick McKenzie, l’autore dell’inchiesta, infatti, gli affiliati alle ndrine australiane ricorrono agli stessi mezzi usati in Italia: "Il gruppo opera ricorrendo alle minacce e alla violenza sia in attività economiche lecite, come il commercio di frutta e ortaggi, sia in quello illegale della droga".

L’inchiesta, che andrà in onda questa sera alle 20,30 locali (alle 12,30 in Italia),  ha scoperto legami tra "riconosciuti e sospetti criminali" appartenenti alla ’ndrangheta e politici di primo piano. Sembrerebbe persino che un uomo "direttamente legato alla mafia (calabrese)" incontrò l’allora primo ministro australiano (1996-2007), John Howard ed altri leader di partito ad eventi di raccolta fondi per il Partito Liberale nei primi anni 2000.. Gli inquirenti hanno scoperto che il figlio di "un sospetto boss mafioso", un religioso, fece un’esperienza di lavoro all’ambasciata australiana a Roma, quando capo della legazione era l’ex esponente Liberale Amanda Vanstone. Ciò nonostante le autorità italiane avessero condiviso con l’ambasciata le informazioni che aveva sul boss. La stessa politica quando era ministro dell’Immigrazione nel governo Howard fece "ottenere un visto per un boss più tardi arrestato per traffico di droga ed implicato in un assassinio. L’uomo è il fratello di un uomo d’affari conosciuto di Melbourne, con una storia criminale nota in Italia e nel 2005 ottenne il visto per l’Australia per ragioni umanitario".

ARTICOLO ESTRATTO DAL 6° NUMERO DI TERRA DI MEZZO

Nel precedente numero si è riportata la sentenza emessa dal Tribunale di Palmi in data 12/02/1985 e poi divenuta definitiva nel 1994, con la quale veniva riconosciuta l’esistenza a Rosarno di un’associazione a delinquere di tipo mafioso, denominata “cosca Pesce”. Sentenza definita dagli stessi inquirenti come “storica”, cos’ come, ed ancor più, può definirsi una pietra miliare nella storia giudiziaria della Piana, e non solo, il cosiddetto “Processo delle tre Province”.

Così come riportato nell’Ordinanza di Custodia Cautelare emessa dal G.i.p. di Reggio Calabria nell’ambito dell’Operazione denominata “Mediterraneo” e che nei mesi scorsi ha portato all’arresto di 54 persone ritenute affiliate alla cosca di ndrangheta dei Molè di Gioia Tauro, “nel processo, inizialmente instaurato nei confronti di Pesce Giuseppe-classe 1923 (deceduto nelle more del giudizio il 29/5/1992) + 138 e ridottosi in appello al giudizio nei confronti di Pesce Giuseppe-classe 1954 + 50, sono contestate due associazioni per delinquere di cui una caratterizzata da una articolata struttura federativa risultante dalla aggregazione di più cosche locali, donde il nome di processo alla "mafia delle tre province" col quale è comunemente indicato il complesso giudizio, fondato sulla collaborazione di Giuseppe Scriva -già 'ndranghetista di rango in Rosarno- iniziata nel settembre 1983, definito in primo e secondo grado negli anni '86-'87, interamente annullato dalla Corte di Cassazione nell'anno 1988, ripetuto in primo e secondo grado negli anni '93-'96 fino al giudicato del 3/4/97”. In detta storica pronuncia veniva riconosciuto e confermato il primato della cosca Piromalli di Gioia Tauro nella federazione di gruppi mafiosi riconosciuta come esistente nella piana gioiese. Ma detto processo non riguarda solamente i casati di ndrangheta di Gioia Tauro e  Rosarno, infatti “risultano, altresì,contestati plurimi omicidi iscritti nella faida di Cittanova tra gli Albanese-Raso-Gullace da un lato e i Facchineri dall'altro, e altri omicidi compresi nella faida di Taurianova tra i Martino-Avignone da un lato e i Monteleone dall'altro, tutti risalenti agli anni settanta “.

La portata storica del processo delle tre province è da rinvenire nella circostanza che un’imputazione (il capo n.74) raccoglie, in un'unica associazione per delinquere (federazione di cosche) di stampo mafioso, numerose persone appartenenti alle principali cosche operanti nella piana di Gioia Tauro ovvero in provincia di Reggio Calabria, e nelle altre due province all'epoca esistenti in Calabria (originariamente, invero, figuravano tra gli imputati, esponenti della famiglia Mancuso -tra cui Luigi e Giuseppe- di Limbadi, in provincia di Catanzaro, ed esponenti della criminalità di Cosenza come Pino Francesco, poi assolti).

In particolare erano accusati di far parte di tale “federazione di cosche” tra gli altri esponenti dei Pesce (Giuseppe CI.1923, Giuseppe c1.1954, Antonino, Rocco e Vincenzo), dei Bellocco (Umberto, Giulio, Giuseppe, Mario, Rocco, Michele, Carmelo e Gregorio), ed altri, tra i quali degni di menzione Piromalli Giuseppe (c1.1921), Crea Teodoro di Rizziconi, Avignone Giuseppe di Taurianova, Mammoliti Saverio e Rugolo Domenico di Castellace, tutti già imputati nel processo dei "sessanta", ai quali è attribuito il reato di: "associazione per delinquere di stampo mafioso (art.416 bis) per essersi riuniti in un'associazione di stampo mafioso finalizzata verso l'obiettivo della consumazione di omicidi di componenti di cosche avverse allo scopo di potenziare l'egemonia mafiosa della cosca di appartenenza dedita alla consumazione di sequestri di persona a scopo estorsivo ed estorsioni nonché per alcuni di essi allo spaccio ed al traffico di sostanze stupefacenti, come contestato in rubrica. In Rosarno ed altre località fino al 5/4/83".

 

Lunga e travagliata è stata la vicenda giudiziaria dello storico procedimento, nel giudizio di primo grado, infatti, la Corte d'assise di Palmi, “rilevando l'omessa indicazione nell'imputazione degli elementi di 'fatto" idonei ad individuare l'associazione di tipo mafioso, di cui ricorreva solo il richiamo normativo all'art.416 bis C.P., ritenne contestata in concreto l'associazione per delinquere cosiddetta semplice (art.416 C.P.) e, per questo titolo, e non per associazione mafiosa, condannò molti degli imputati.

Il giudice d'appello, pur confutando la qualificazione dei reati contestati come associazioni criminali

comuni e non di stampo mafioso, in mancanza di appello del Procuratore generale sul punto, ha

confermato quasi tutte le condanne del giudice di primo grado per i fatti associativi nella ritenuta ipotesi semplice.

 

ARTICOLO ESTRATTO DAL 2° NUMERO DI TERRA DI MEZZO, MENSILE CARTACEO DI ZMEDIA. Giugno 2014

Rosarno va in tv, e come spesso capita non ci fa una bella figura. Al centro delle tante , ed anche alcune strumentali polemiche, è finito pure il parroco Don Memè Ascone. Il religioso una vita a tirare la carretta di pastore di anime nella periferia popolosa delle “casenuove” di Rosarno, alla guida della parrocchia di Maria SS Addolorata , è stato criticato per lo spezzone di una sua intervista , finito nel servizio di Luigi Pelazza delle Iene. Nella nota trasmissione di prime time di Italia Uno, Don Memè figura inserito nell’appendice dedicata a Rosarno , come paese di ndrangheta , nell’ampio report del giornalista sul porto di Gioia Tauro controllato, a parere di Pelazza, dalle ‘ndrine. Il servizio ha provocato un vespaio di polemiche, perché secondo molti, tra politici e non, Don Ascone avrebbe utilizzato argomenti lontani dallo sdegno e dal biasimo verso le consorterie criminali. E’ stato anche chiesto , in un’ampia discussione alimentata sui social network , l’allontanamento del parroco dalla sede rosarnese. Don Memè, comunque, ha voluto raccontare la sua verità, in ordine a come è andata l’intervista con la Iena Pelazza, ed esplicare la sua concezione della ‘ndrangheta.

Don Memè, grazie per aver accettato di parlare con noi innanzitutto. Come ben sa in questi giorni è stato al centro di un acceso dibattito in merito alle dichiarazioni rilasciate al programma televisivo di Italia 1.  La domanda  sorge spontanea : il servizio andato in onda riporta esattamente quanto dichiarato?

Grazie a voi per l’occasione che mi state concedendo. Inizio col dire che ciò che è stato visto in tv è solo una piccolissima parte della mia intervista, difatti ci sono tanti forse troppi passaggi tagliati e montati ad arte in modo da dare una diversa prospettiva delle cose.

Quindi lei sta dicendo che molte delle dichiarazioni in cui si capiva e si spiegava il vero significato delle sua parole, sono state tagliate….

Lo posso dire con certezza. Lo scopo evidentemente era sin da subito farmi passare per quello che non sono…  insomma di far notizia. Don Memè è un prete, e basta essere preti per essere contro la mafia. E’ la mia storia che parla non quell’intervista, io ho sempre lottato contro  il male e la mafia, che da noi preti e Vescovi è scomunicata, e qualora determinati personaggi “malavitosi” dovessero entrare in contatto con la chiesa è perché le nostre porte sono sempre aperte ad accogliere tutti, sperando che cambino vita e si ravvedano dal male che compiono, perché ciò che fanno ricade su tutti. Quando si dice che Rosarno è un paese mafioso lo si dice per colpa di questa gente che infanga il paese, ma ogni posto ha “le sue pecore nere”.

Come si dice “non bisogna fare di tutta l’erba un fascio”. Con quanto detto prima “ è la mia storia che parla”, a cosa si riferisce in particolare?

Anni fa sono stato vittima di intimidazioni mafiose. Una mattina infatti mi ritrovati la macchina crivellata da colpi di lupara, per questo mi sento di ripetere che è la mia storia a parlare e non un servizio televisivo, chi conosce Don Memè sa anche le battaglie che ha fatto.

Battaglie che continuerà anche d’ora in avanti a dispetto di quanto dicono i suoi detrattori?

Finchè c’è la salute e l’aiuto del Signore io sarò qui, si deve dare una mano alla nostra città e alla Calabria, che hanno tanto bisogno di persone e di giovani capaci e con grandi ideali per uscire da questa miseria morale spirituale ed economica, indipendentemente dalla classe politica, il male va sconfitto , la mafia deve essere distrutta, i politici però devono essere d’aiuto mettendosi una mano sulla coscienza senza pensare unicamente “ai fatti loro” , senza rubare , ma pensando ai problemi dei giovani , allo sviluppo di queste nostre zone disastrate . Per me la politica è una missione , bisogna amare la terra e la gente, se non si ha quest’amore non si può fare una politica con la P maiuscola.  Ed il mio augurio va a tutti i giovani che come voi si impegnano ogni giorno in qualcosa di buono.

A prescindere dal merito della vicenda “IENE VS DON MEME’”, c’è da notare che in tutta questa storia il vero protagonista è stato il mezzo. La televisione ancora una volta riesce a creare discussione, amplifica le differenze, costruisce figure vere o verisimili . La cosa più curiosa da notare è che i rosarnesi conoscono Don Memè Ascone da oltre un trentennio, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma sono bastati poco più di 120 secondi per aprire una discussione sociologica senza precedenti, sulla sua figura. Basta vedere in tv qualcosa e tutto riesce ad essere amplificato, facendo scattare la famosa sindrome del commento, che ci ha resi famosi in tutto il mondo, come 60 milioni di esperti di calcio, politica e ultimamente calabresi esperti di ‘ndrangheta e armi chimiche. E poi è impressionante notare come cambi la percezione delle cose, e come la televisione diventi, a seconda della latitudine, vicinanza o lontananza da noi, amplificatrice di verità o menzognera. E’ stato così anche stavolta. Le Iene, o come qualunque altro programma di approfondimento o retroscena, viene assunto acriticamente come Bibbia quando tratta di vicende lontane dalla percezione calabro-locale, ma viene bollato come mezzo di distorsione quando racconta vicende che conosciamo empiricamente. Un po’ di sano approccio critico potrebbe essere la ricetta giusta per evitare di sbalordirci i indignarci a secondo del nostro umore o della vicinanza fisica agli eventi raccontati.

In fondo alla pagina il video delle Iene.

Giada Zurzolo

 

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