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Aggiornato ilGio, 23 Gen 2020 12pm

Mentre scorrono i filmati effettuati in Amazzonia, la vasta folla di piazza Chiesa a Cannitello di Villa San Giovanni si immerge in quella che è la realtà del narcotraffico internazionale che dalla Colombia e dal Perù porta all’Europa. Vedere la preparazione della cocaina dalle foglie al prodotto finale è stato uno dei momenti più intensi del finale straordinario della fortunata rassegna SeaTouring. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, conversando con Paola Bottero si è prima raccontato come uomo e come magistrato, poi ha raccontato alle tantissime persone presenti quello che accade sulle rotte mondiali della cocaina e degli stupefacenti di ultima generazione, in un sistema grondante di sangue e di denaro dominato dalla ‘ndrangheta e dai cartelli del crimine internazionale. Oltre l’Oro bianco, il tema della serata: partendo dall’ultimo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso oltre due ore di analisi che ha catalizzato l’attenzione degli spettatori.
Ma alla piazza strapiena il magistrato antimafia ha voluto lanciare innanzitutto un messaggio che gli sta molto a cuore. «Ai ragazzi nelle scuole faccio esempi, parlo della non convenienza a delinquere. Spiego cosa rischia un corriere della droga, cosa accade in carcere o cosa accade ai familiari. Ho scelto da tempo di andare negli istituti di pomeriggio e non di mattina perché le ore di lezione sono diminuite a causa dei progetti, in particolare quelli sulla legalità. Spesso si fa entrare nelle scuole gente improbabile, che nasce dal nulla inventandosi un profilo da persona che combatte la mafia, magari dopo aver fatto da maggiordomo a qualche magistrato, facendosi vedere con lui per un paio di mesi. Iniziando a girare per le scuole si intrufola, si inventa un mestiere e comincia a chiedere dei soldi. Da un po’ di anni dico: nelle scuole andiamo di pomeriggio. E ai politici, regionali, provinciali e comunali dico di non dare soldi alle associazioni antimafia: mettetevi in rete, create un fondo comune, fate dei protocolli con i provveditori agli studi e predisponete delle graduatorie degli insegnanti precari. Durante le ore pomeridiane fate in modo che si ricominci a parlare con i ragazzi, riaccompagnandoli nel mondo reale. Mi si dice che per far questo c’è bisogno di soldi. Ma i soldi ci sono, so di progetti costati 250.000 euro. Non è etico, non è morale, non è giusto. In nome di gente che è morta, che è stata uccisa, non è giusto che si spendano 250.000 euro per una manifestazione antimafia. Ogni cosa deve avere una proporzione, un limite, un senso. Immaginate con tali cifre quanti insegnanti precari avremmo potuto assumere. Dobbiamo cercare di essere più seri e più presenti e contestare queste cose. Personalmente mi sono rifiutato di partecipare a certi convegni e a certe manifestazioni antimafia perché avevo capito anni prima che c’era qualcosa che non andava. Mi piacerebbe che la gente interagisse di più con il potere politico. La vera lotta alla mafia passa dalla formazione dei ragazzini delle elementari e delle medie. La manifestazione antimafia va fatta, certo, ma deve essere spontanea e a costo zero: per camminare con una candela non mi servono 50.000 euro».
Paola Bottero ha spiegato che «SeaTouring è un percorso di sette sere di una Calabria che vuole andare oltre: e anche in questa serata, come nelle altre, andremo oltre i personaggi e i ruoli per cercare le persone». Gratteri non ha avuto difficoltà a raccontarsi: «Quando andavo a scuola in autostop da Gerace a Locri più volte ho visto dei morti a terra. Arrivato a scuola vedevo i figli degli ‘ndranghetisti comportarsi da piccoli ‘ndranghetisti. Questo per me era inaccettabile, non faceva parte della mia cultura. Ogni giorno mia madre mi ricordava quanto fosse importante essere corretti e leali. Quella cultura dell’onestà contrastava fortemente con la cultura della violenza. Pensavo che da grande avrei dovuto fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Durante il liceo fui affascinato dall’idea di intraprendere gli studi giuridici, anche perché mi piaceva molto parlare con un mio zio avvocato, e infatti decisi di iscrivermi in Giurisprudenza a Catania. Catania, non Messina, che in quell’epoca era una città in cui i figli degli ‘ndranghetisti di Siderno, Locri, Gioiosa, Seminara, andavano all’università con la pistola alla cintola per minacciare i professori».
Una vicenda personale ha segnato l’assegnazione della scorta nei suoi primi anni di magistrato. Da un lato le inchieste importanti, dall’altro il tentare di colpirlo nei suoi affetti personali: «Un giorno sparano a casa della mia fidanzata, poi chiamano e dicono: non sposarlo perché sposi un uomo morto». Gratteri non si è fermato, costruendo importanti capitoli dello lotta dello Stato contro la ‘ndrangheta, che oggi è tante cose, ma soprattutto narcotraffico, con i fiumi di denaro, il sangue, il risvolto terribile di tanti ragazzi che diventano prede. Paola Bottero ha ricordato la cronaca di questa estate: troppi sedicenni morti dopo aver ingerito ecstasy. Ilaria Boemi trovata riversa in una spiaggia della dirimpettaia Messina, o poco prima Lamberto Lucaccioni, morto dopo una serata al Cocoricò, sono nomi che restano scolpiti nella coscienza di tutti. Gratteri tira fuori il suo lato umano: «Per me è un pensiero continuo. La droga sintetica costa meno della cocaina e per questo si sta diffondendo. Si sperimentano sempre nuove miscele di farmaci che bruciano il cervello o provocano arresto cardiocircolatorio. Penso continuamente a quei ragazzi, e quando riusciamo a sequestrare 1000 o 2000 chili di cocaina o ad arrestare 40 o 50 narcotrafficanti mi dico che in questo modo siamo riusciti a salvare tante persone».
La giornalista ha poi ricordato che la strage di Duisburg, se da un lato ha “ammazzato” anche la Calabria dal punto di vista mediatico, dall’altro ha rafforzato in modo incredibile il brand della mafia calabrese tra le organizzazioni del crimine mondiale. Il magistrato ha spiegato: «La ‘ndrangheta è credibile nel panorama internazionale, anche a differenza di Cosa nostra e Camorra, perché ha due caratteristiche che la contraddistinguono: il vincolo di sangue e la selezione molto accurata dei soggetti che ne fanno parte. Se un contrasto onorato diventa pisciotto liscio, perché portato al cospetto del capo locale da un altro ‘ndranghetista, poi si dimostra mollaccione o poco affidabile, a pagare, anche con la vita, sarà chi lo ha proposto».
Da Gratteri un no secco alla legalizzazione delle droghe leggere: «La distinzione tra droga leggera e droga pesante non esiste, è un’invenzione giornalistica e una comodità per gli spinellari che si trovano dappertutto, anche nelle istituzioni. Solo il 5 per cento dei tossicodipendenti usa marijuana o hascish. Nel caso in cui si decidesse di vendere la marijuana legalmente, lo Stato dovrebbe mettere in piedi delle serre con dei costi di produzione che si aggirerebbero attorno ai 12 euro per un grammo, mentre al mercato nero costerebbe 4 euro. Di quel 5 per cento di tossicodipendenti che usa marijuana, il 75 per cento è composto da minorenni, che non potrebbero andare in farmacia ad acquistarla. Mi si spieghi allora questa fretta sulla liberalizzazione con l’obiettivo di stroncare il business delle mafie, visto che nella migliore delle ipotesi solo il 25 per cento di quel 5 per cento acquisterebbe marijuana in farmacia. Lo so che lo avete letto in relazioni importanti, con gente che viene pagata per scrivere queste sciocchezze, ma non è assolutamente vero che in questo modo si impoverirebbero le mafie».
Il viaggio di dieci giorni tra la selva colombiana e la foresta amazzonica è stato illustrato con video che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico: dal centro di addestramento della polizia federale colombiana all’unico campo al mondo in cui si coltivano le piante di coca per fare le sperimentazioni, dalla torre che simula un elicottero per i blitz nella foresta contro le sanguinarie Farc – circa 40.000 unità in affari con la ‘ndrangheta – alla visione delle piante di coca di cui esistono in natura dieci tipi e ai metodi per la lavorazione e la raffinazione.
«La ‘ndrangheta non investe in Calabria per due motivi» ha continuato Gratteri. «Primo, perché mettersi ad investire in una zona povera significa attirare le forze dell’ordine, mentre da Roma in su è più facile mimetizzarsi. Secondo, perché bisogna tenere il popolo con il cappello in mano, in uno stato di bisogno. Questo a differenza di quanto accade in Messico, dove i terroristi delle sanguinarie Zetas, che vivono con il traffico di cocaina e uccidono le persone impiccandole e lasciandole appese sui ponti, costruiscono ospedali, strade e scuole per conquistare il consenso di alcune frange della popolazione». Il consenso sul territorio calabrese la ‘ndrangheta lo conquista, invece, «controllando il mondo degli appalti e facendo lavorare per venti giorni dei padri di famiglia disoccupati: e quando sarà il momento delle elezioni questi voteranno il candidato prescelto dal capomafia».
Paola Bottero ha citato la conversazione di due capibastone: “Se la gente si ribella siamo fottuti”. Perché, allora, se lo sanno loro la gente pare non saperlo? «La gente sa perfettamente – ha spiegato Gratteri – chi sono gli ‘ndranghetisti. Ma a noi non basta sapere che uno è mafioso, bisogna provarlo. Il punto vero è che una volta dimostrato, quello deve stare in carcere almeno vent’anni».

Gran finale con i saluti dello staff di SeaTouring, oltre a Paola Bottero e Alessandro Russo, Elena Pietropaolo e Sara Di Stefano, e con i ringraziamenti ai compagni di percorso, tra i quali l’Associazione Luce sullo Stretto e gli enti che hanno patrocinato l’evento: la Provincia di Reggio Calabria e le amministrazioni comunali di Scilla e Villa San Giovanni. La rassegna promossa dall’associazione Farcose e organizzata da Sabbiarossa Edizioni in collaborazione con Progetto 5 e il Network Touring, continuerà anche nei prossimi anni, come ha spiegato il sindaco Antonio Messina salito sul palco di Cannitello per un breve ringraziamento.

Arrestati dalla Polizia di Stato otto esponenti di spicco delle cosche di ndrangheta Gallelli e Procopio-Mongiardo attive nel versante ionico del Catanzarese.
  Effettuato anche un sequestro preventivo d'urgenza di beni per un valore di un milione e mezzo di euro. Le indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, hanno permesso di accertare che gli indagati, nel corso di 20 anni, estorcevano ingenti somme di denaro a un imprenditore impegnato in diversi lavori pubblici e proprietario di un rinomato villaggio turistico. Parallelamente, il G.I.CO. della Guardia di Finanza di Catanzaro ha dato esecuzione ad un sequestro preventivo d'urgenza di immobili e quote societarie per un valore di un milione e mezzo di euro contestando a carico di alcuni degli indagati il reato di intestazione fittizia di beni. I provvedimenti cautelari emessi a seguito dell'attivita' di indagine svolte dalla Squadra Mobile di Catanzaro hanno riguardato Vincenzo Gallelli, Andrea Santillo, Gerardo Procopio, Michele Lentini, Maurizio Gallelli, Mario Mongiardo Fiorito Procopio e Andrea Cosentino. Alcuni degli indagati erano gia' oggetto di provvedimenti restrittivi perche' indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Le contestazioni riguardano anche estorsioni imposte con il metodo della percentuale sull'importo dei lavori per l'aggiudicazione di gare per appalti pubblici. Nello specifico, l'imprenditore era stato costretto a versare il 3% di un totale di circa 500mila euro per la costruzione di un sottopasso ferroviario nel comune di Sant'Andrea Apostolo dello Ionio. I dettagli dell'operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa prevista per le 11.00 presso la Questura di Catanzaro cui parteciperanno i magistrati inquirenti e gli investigatori.

La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria, ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro beni emesso, su proposta del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, dalla  Sezione  Misure di Prevenzione del Tribunale reggino nei confronti di PASSALACQUA Domenico, 64enne imprenditore originario di Reggio Calabria, operante nel settore della ristorazione, ritenuto esponente della cosca BUDA-IMERTI, egemone nel territorio ricadente nei comuni di Villa San Giovanni, Fiumara di Muro (RC) e territori vicini, attualmente in regime di detenzione carceraria.

Il proposto, già destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa il 9 giugno 2010 dal Gip di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione “Meta”, nello stesso  procedimento penale, con sentenza del Tribunale di Reggio Calabia  del 7 maggio 2014, è stato condannato alla pena di 16  anni  di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e turbativa d’asta.

In tale contesto giudiziario, il PASSALACQUA Domenico,  unitamente al BUDA Pasquale ed all’IMERTI Antonino, era risultato partecipe della menzionata consorteria criminale quale imprenditore “al servizio della cosca, operante non secondo logiche di libero mercato ma nel rispetto delle dinamiche oligopolistiche di tipo mafioso proprie degli imprenditori intranei ai circuiti mafiosi”.

Al citato PASSALACQUA, inoltre, nell’ambito della stessa operazione “Meta”, veniva contestata la turbativa di aste giudiziarie che si svolgevano presso il Tribunale – ufficio esecuzioni immobiliari – di Reggio Calabria. In particolare, lo stesso, unitamente ad altri soggetti, turbavano:

1.     un’asta del novembre 2005 “e ne allontanavano i possibili offerenti pure se affiliati ad altre cosche ancorché vicine ma con sfera d’influenza in altre aree territoriali”;

2.     un’asta dell’ottobre 2007 “che si rendeva indispensabile per rimettere in vendita i cinque immobili..omissis…allontanando in tempi diversi altri possibili offerenti”.

Nella citata sentenza del 7 maggio 2014, il PASSALACQUA è stato condannato per il reato associativo, mentre, in relazione al reato di turbativa d’asta, è stato ritenuto colpevole soltanto con riferimento all’asta del 2007 ed è stato assolto, perché il fatto non sussiste, dal reato limitatamente all’asta del 2005.

Nell’ambito del processo “Meta”, in data 23 giugno 2010, il patrimonio riconducibile al PASSALACQUA Domenico era stato inizialmente sottoposto a sequestro e, successivamente, in data 23 settembre 2010, dissequestrato in quanto, a parere dell’organo giudicante, nella ricostruzione patrimoniale prospettata dagli inquirenti dell’epoca, non era stata dimostrata una sproporzione tra i beni del proponendo ed i redditi da lui dichiarati.

Il Tribunale - Sezione  Misure di Prevenzione – di Reggio Calabria, tuttavia,  condividendo integralmente le richieste del Procuratore della Repubblica, sotto il profilo patrimoniale, ha ritenuto meritevole di accoglimento la richiesta di sequestro avanzata.

Le indagini patrimoniali eseguite dalla D.I.A., hanno consentito, in particolare, di acclarare una evidente sproporzione tra i redditi dichiarati dal PASSALACQUA e la consistenza di buona parte dei beni di cui il medesimo aveva la disponibilità ed hanno condotto al sequestro di un patrimonio  di circa  5 milioni di euro, costituito da:                                

-   Quota di partecipazione relativa ad una società operante nel settore della somministrazione di alimenti  e bevande (Bar-Gastronomia);

-   Quota di partecipazione relativa ad una società operante nel settore della ristorazione ubicata in Villa San  Giovanni(RC);

-   Ditta individuale esercente l’attività di panificio in Villa San  Giovanni(RC);

-   12 beni immobili tra ville, appartamenti, attici e terreni, ubicati in Villa San  Giovanni(RC);

-   1 autovettura di lusso modello Porsche Carrera 911;

-   1 imbarcazione da diporto a motore, modello Coverline Cabin 8.30, della lunghezza di circa 8 metri;

-   disponibilità finanziarie.

Il sequestro è il risultato di una articolata attività di indagine patrimoniale, coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria, svolta dal Centro Operativo DIA di Reggio Calabria nell’ambito della costante e intensa attività istituzionale diretta ad aggredire i patrimoni mafiosi illecitamente accumulati.

Negli ultimi 3 anni il Centro Operativo DIA reggino, nell’aggressione dei patrimoni illeciti costituiti dalla Criminalità Organizzata, ha sottoposto a sequestro beni mobili, immobili e rapporti finanziari per un totale di  1.007.957.528,00 euro e a confisca per un valore di 477.325.600,00 euro.

Dall’Emilia Romagna alla Calabria: 18 scout, tra i 18 e i 21 anni, si “sporcheranno le mani” dal 2 al 9 agosto a Rosarno in un campo lavoro promosso dall’ARCI Reggio Calabria, partner del progetto “Mestieri Legali”, promosso dal Consorzio “Terre del Sole” e sostenuto da Fondazione con il Sud, e volto ad aiutare nella bonifica del sito confiscato alla ‘ndrangheta i giovani migranti e la cooperativa sociale Alba impegnati nelle attività. L'esperienza del campo di Rosarno rientra nell'iniziativa nazionale dell'Arci -www.campidellalegalita.it - giunta alla nona edizione e che anche quest’anno, dalla Lombardia alla Sicilia, promuoverà campi e i laboratori antimafia.

 

Saranno dunque giorni caldissimi, non solo per il clima, ma soprattutto per il grande spirito di volontariato e l'impegno che i ragazzi in fazzolettone metteranno per rendere pubblico e fruibile a tutti un luogo in cui si annidava la cultura dell’illegalità. I ragazzi del Campo Lavoro saranno sostenuti, oltre che dai responsabili dell’ARCI Reggio Calabria, Dario Grilletto, Peppe Fanti e Alessandro Milardi, dai tecnici di Legambiente. Per tutte le mattine gli scout emiliani saranno, quindi, impegnati a rassettare l’area che diverrà un Parco Fluviale. 

 

«Per i giovani volontari - afferma Davide Grilletto, presidente di ARCI Reggio Calabria -  sarà un’occasione privilegiata per interagire criticamente con i luoghi attraversati, rielaborandone gli stimoli e i messaggi con lo spirito di chi sappia cogliere, leggere e scegliere il bello, dei luoghi, delle persone, della persona. Osservare le tante contraddizioni del nostro territorio ma, al tempo stesso, farsi interrogare da chi ostinatamente, in terra di Calabria, opera  per un’autentica sfida al cambiamento,  uomini e donne che aspirano ad abitare uno spazio di cittadinanza sostenibile e responsabile, dove l’economia, lo sviluppo, il lavoro diventino, da drammi quotidiani, leve per scardinare l’esistente».

 

Si partirà, dunque, domenica 2 agosto alle ore 18.00 presso la Scuola dell’Infanzia a Rosarno con l’incontro di presentazione del progetto “Mestieri Legali”; durante la settimana i ragazzi incontreranno la segretaria generale della FLI CGIL, Celeste Logiacco, l’ex Parlamentare e Sindaco del centro pianigiano, Giuseppe Lavorato. Nei giorni di soggiorno nella Piana i giovani di Faenza visiteranno sia i terreni della Cooperativa “Valle del Marro” che il Porto di Gioia Tauro.

 

«Questa prima esperienza dei Campi Lavoro - spiega Nuccio Quattrone, presidente del Consorzio “Terre del Sole” - alimenta sia lo spirito positivo del lavoro volontario per trasformare un bene confiscato in uno spazio di condivisione sia l’attenzione che tutto il Paese deve riservare a queste dinamiche di cambiamento partendo dal basso. La presenza di questi ragazzi di Faenza è uno stimolo affinché altrettanti giovani reggini e calabresi vogliano impegnarsi in prima persona in questa che è una grande azione culturale, prima ancora che lavorativa».

 

CARMELO QUATTRONE - Presidente Consorzio Terre del Sole

DAVIDE GRILLETTO -  Presidente ARCI Reggio Calabria


“Mestieri Legali” al via. Sono stati avviati i lavori di bonifica del sito confiscato alla ‘ndrangheta e concesso, dal Comune di Rosarno, al Consorzio “Terre del Sole”, nei terreni limitrofi ai fiumi Mesima e Metramo. Le attività, poste in essere dalla Cooperativa Alba, operante da anni nella Piana di Gioia Tauro e partner del progetto sostenuto dalla Fondazione con il Sud, unitamente ai ragazzi migranti dell’Associazione Omnia, che proprio grazie al progetto avranno una nuova e consolidata opportunità di lavoro, prevedono un primo step di manutenzione straordinaria con la rimozione dei rifiuti, che in modo inopinato sono stati “scaricati” nel terreno: un passaggio cruciale per giungere nei prossimi 18 mesi alla realizzazione del primo parco fluviale della Provincia di Reggio Calabria. I lavori saranno coadiuvati nelle prossime settimane, precisamente dal 2 al 9 agosto, dagli scout dei Campi Lavoro dell’ARCI e saranno coordinati dai tecnici di Legambiente: tutte le pratiche di rimozione rifiuti, pulizia e la tosatura dell’erbacce saranno messe in pratica secondo i massimi criteri della tutela dell’ambiente. «L’avvio dei lavori sul terreno confiscato rappresenta - dichiara Nuccio Quattrone, presidente del Consorzio “Terre del Sole” - un primo passo verso la normalizzazione di quel sito. Rimuovere i rifiuti, bonificare l’area e farla vivere dagli operai e dai volontari vuol dire dare una nuova dignità a quegli spazi, far sì che l’intera cittadinanza rosarnese si senta protagonista di un importante atto di cambiamento e di coesione reale fra tutte le componenti della società». Durante queste prime operazioni saranno impiegati alcuni migranti residenti a Rosarno e facenti parte dell’Associazione “Omnia”: proprio l’inclusione sociale attraverso l’attivazione di percorsi lavorativi sostenibili nel tempo è il pilastro progettuale unitamente alla riqualificazione del bene confiscato ai clan. «Finalmente siamo giunti allo “start” - spiega Giuseppe Carrozza, direttore del Consorzio “Terre del Sole” - e ci presentiamo ai nastri di partenza già con le idee chiare e con una squadra volenterosa di ampliare il proprio aspetto inclusivo, cercando, step by step, di attenzionare il territorio di Rosarno e di Laureana di Borrello, partner attivi con le rispettive Amministrazioni Comunali del progetto “Mestieri Legali”. Il lavoro che si presenta ai nostri occhi dopo l’ultimo sopralluogo è arduo, visto lo stato di abbandono e degrado del sito, ma l’obiettivo vogliamo sia tangibile ed a portata di tutti in tempi rapidi». Il progetto “Mestieri Legali” punta all'inserimento lavorativo dei migranti all'interno della prima Comunitàs delle Biodiversità ed è sostenuto da Fondazione con il Sud. Dal mese di Agosto, dunque, l’area comincerà ad animarsi con la presenza operante di tanti ragazzi del nord Italia pronti a “sporcarsi le mani” per la nostra Calabria. 

Come in Grecia in Calabria si muore per carenze nella sanità. Qui politica e ‘ndrangheta hanno rovinato il sistema, ma è anche colpa del peso dell'euro, che ha ridotto casse e reparti. - Ad affermarlo è la deputata del Movimento Cinque Stelle Dalila Nesci.

"La sanità della Calabria prima del 2010 aveva un bilancio di 3,6 miliardi all'anno. Nei successivi quattro anni sono stati tagliati 400 milioni. Dei fondi destinati alla sanità regionale il 70% se ne vanno in stipendi, il resto in altri capitoli di spesa. Sapete quanto resta per gli investimenti? Zero. Tutto questo a causa della necessità di raggiungere il pareggio di bilancio. Si tratta di un paradosso suicida, perché senza investimenti non ci sono possibilità di tornare a crescere.

Dal momento che le strutture sanitarie della Calabria troppo spesso non sono in grado di garantire i servizi necessari ai suoi cittadini, la Regione sborsa ogni anno somme ingenti per consentirgli di andarsi a curare all'estero. Il saldo tra questi fondi e quelli che entrano nelle casse calabresi grazie ai cittadini che vanno a curarsi sul suo territorio è pesantemente negativo: -250 milioni all'anno.

All'ospedale di Corigliano (Cosenza) per un ecocardiogramma occorre un anno d'attesa e in Pediatria manca perfino la tachipirina. A Polistena (Reggio Calabria) un caposala mi confessa che addirittura non hanno i soldi per sostituire le maniglie delle porte. All'ospedale di Crotone il laboratorio analisi, la cui ristrutturazione è ferma da anni, sembra uno scantinato. A Serra San Bruno (Vibo Valentia) hanno in dotazione una sola ambulanza, per cui in caso d'incidente stradale che coinvolga più persone il medico deve scegliere chi caricare a bordo e chi lasciare a terra.

In questo angolo di Sud è perfino un problema far nascere un figlio. Infatti, le terapie intensive neonatali sono state ridotte drasticamente e per le emergenze mancano posti negli ospedali hub. Noi del M5S gli unici a lottare per la giustizia, a denunciare, a chiedere che le autorità intervengano per arginare il crollo di un sistema al collasso, schiacciato da tagli, clientele e illegalità.

Per cercare di tamponare l’emorragia in questi anni in Calabria si si sono succeduti diversi commissari, che hanno solo tagliato posti letto e risorse, dimostrando che la politica dell’emergenza non risolve i problemi alla radice né gli sprechi.

Passano gli anni, cambiano i commissari e continuano i tagli. Il sistema clientelare della politica resta lì, immutabile, come nulla fosse.

Un esempio per tutti: recentemente è stato riattivato il punto nascite all'ospedale di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), nonostante fosse stato chiuso a seguito di precise e pressanti disposizioni ministeriali. Come mai questa decisione allora? Forse c’entra che Melito Porto Salvo è tra i feudi elettorali di Nico D'Ascola, nel 2014 candidato alla presidenza della Calabria con Ncd, il partito del ministro Lorenzin?

Qui i conti, oltre a essere in rosso, sono anche pazzi e fuori di ogni controllo. Lo scorso anno dall'Asp di Reggio Calabria sono usciti 393 milioni di euro senza che vi siano le relative tracce. Non bastasse, manca anche la certificazione ufficiale dell'andamento del debito, che spetterebbe al revisore Kpmg, pagato 3 profumati milioni all'anno. Quasi quattrocento milioni scomparsi nel nulla e nessuno, a parte noi del MoVimento, che abbia alzato un dito contro procedure che di legale non hanno nulla.

Infine, sempre a Reggio Calabria, troviamo lo scandalo “d’eccellenza” della sanità calabrese: il Centro Cuore con la Cardiochirurgia. Una struttura nuova di zecca, pronta per da tre anni ma non ancora aperta; anche, forse, per una storia di conflitto d'interessi nella vecchia direzione generale, dove c'era l'amministratore di una società privata di diagnostica. Il danno erariale, stimato dalla Guardia di Finanza, è di 40 milioni, il danno umano invece è incalcolabile. Oggi in tutta la Calabria esistono due soli altri reparti di cardiochirurgia e si trovano entrambi a Catanzaro.

Adesso il tempo delle vacche da mungere in Calabria è finito, insieme ai soldi. Per il crollo definitivo della sanità è solo questione di tempo e la Grecia non è mai stata così vicina."

Vi sarebbero le mani della ndrangheta sul giro di scommesse online, è quanto emerge da un un'indagine condotta dalla Procura di Reggio Calabria e che ha portato all'arresto di 41 persone e al sequestro di società italiane ed estere per un valore di 2 miliardi di euro. Ad eseguire i provvedimenti cautelari sin dalle prime luci dell’alba sono stati eseguiti dai Comandi provinciali dei Carabinieri e della Guardia di finanza, della Squadra Mobile della Polizia di Stato e della Dia di Reggio Calabria assieme allo Scico e al Nucleo speciale Frodi tecnologiche di Roma della Guardia di finanza, in varie città d'Italia.

In particolare per 28 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per 13 gli arresti domiciliari. Sono stati notificati anche 5 divieti di dimora e 5 obblighi di presentazione

alla polizia giudiziaria. Sono state sequestrate 11 società estere e 45 italiane operanti nel settore dei giochi e delle scommesse, oltre 1.500 punti commerciali per la raccolta di giocate e svariati immobili. Oscurati 82 siti nazionali e internazionali di "gambling on line".

Una maxi-confisca di beni, per un valore di oltre 150 milioni di euro appartenenti al boss di ndrangheta Rocco Musolino, morto nei mesi scorsi a 88 anni, è in corso di esecuzione da parte della Dia di Reggio Calabria e dei carabinieri del comando provinciale. L'operazione viene eseguita sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Sottoposti al provvedimento ben 338 beni immobili, tra ville, fabbricati, terreni e appartamenti, compendi societari e rapporti finanziari. Musolino era sospettato di essere un elemento di spicco della 'ndrangheta, capo del 'locale' di Santo Stefano in Aspromonte ed esponente della cosca Serraino.

Maggiori dettagli verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 10,30 presso la sala conferenza della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Capo della Repubblica Federico Cafiero De Raho, del Capo Centro Dia di Reggio Calabria, Col. Gaetano Scillia e del comandante provinciale carabinieri di Reggio Calabria, Col. Lorenzo Falferi.

La ndrangheta ha ormai soppiantano la mafia. E lo si è visto in due operazioni antidroga: dove prima era la mafia ad essere fornitrice, ora il broker ufficiale è la 'ndrangheta". Federico Cafiero de Raho, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, in diretta a "Voci del mattino", Radio 1, commenta le operazioni anti-nd'rangheta effettuate in Svizzera e Germania- Un dato testimonia questa potenza: riusciamo a sequestrare nel porto di Gioia Tauro una tonnellata e mezza di cocaina all'anno; se questa è la quantità sequestrata, dobbiamo moltiplicare almeno per dieci quella che entra. Questo dà la misura del giro d'affari che amplifica i guadagni e il territorio internazionale entro il quale la 'ndrangheta si muove, per accaparrarsi gli spazi necessari ai suoi traffici. Le cosche si insediano stabilmente non solo in Europa, - ha aggiunto Cafiero de Raho- , come dimostrano le inchieste e gli arresti in Svizzera e Germania, ma anche in Usa, in Australia, in Canada, con oltre 50 locali in mano alla 'ndrangheta. L'infiltrazione è amplissima e gravissima, e noi riusciamo a cogliere solo la punta dell'iceberg. L'Europa sta prendendo coscienza di questo, ma solo dopo l'impulso dato dalle inchieste che partono dalle procure calabresi. L'indagine in Germania è partita solo dopo la rogatoria avviata dalla procura di Reggio Calabria, e si è poi sviluppata autonomamente su reati di competenza della procura di Costanza. La 'ndrangheta non si muove in modo slegato ma unitario- ha spiegato Cafiero de Raho- . Dispone di un organismo di vertice al quale tutte le realtà locali fanno riferimento. Proprio nel caso della cosca tedesca, vi erano state frizioni con un'analoga cosca in Svizzera, a quel punto è intervenuto l'organismo di vertice che ha appianato tutto, dettando regole, disciplina e coordinando anche gli investimenti. E qui risiede la enorme pericolosità della 'ndrangheta: la sua capacità di muoversi in modo coordinato e unitario, su più territori che si trovano in connessione fra loro appunto grazie a questo organismo di vertice." (Il Velino/AGV News)

La ndrangheta controllerebbe anche l’Australia. È questo il risultato di un’inchiesta giornalistica realizzata dai media asutraliani Fairfax Media-Abc Four Corners e durata oltre un anno. Secondo Nick McKenzie, l’autore dell’inchiesta, infatti, gli affiliati alle ndrine australiane ricorrono agli stessi mezzi usati in Italia: "Il gruppo opera ricorrendo alle minacce e alla violenza sia in attività economiche lecite, come il commercio di frutta e ortaggi, sia in quello illegale della droga".

L’inchiesta, che andrà in onda questa sera alle 20,30 locali (alle 12,30 in Italia),  ha scoperto legami tra "riconosciuti e sospetti criminali" appartenenti alla ’ndrangheta e politici di primo piano. Sembrerebbe persino che un uomo "direttamente legato alla mafia (calabrese)" incontrò l’allora primo ministro australiano (1996-2007), John Howard ed altri leader di partito ad eventi di raccolta fondi per il Partito Liberale nei primi anni 2000.. Gli inquirenti hanno scoperto che il figlio di "un sospetto boss mafioso", un religioso, fece un’esperienza di lavoro all’ambasciata australiana a Roma, quando capo della legazione era l’ex esponente Liberale Amanda Vanstone. Ciò nonostante le autorità italiane avessero condiviso con l’ambasciata le informazioni che aveva sul boss. La stessa politica quando era ministro dell’Immigrazione nel governo Howard fece "ottenere un visto per un boss più tardi arrestato per traffico di droga ed implicato in un assassinio. L’uomo è il fratello di un uomo d’affari conosciuto di Melbourne, con una storia criminale nota in Italia e nel 2005 ottenne il visto per l’Australia per ragioni umanitario".

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