06122019Ven
Aggiornato ilGio, 05 Dic 2019 1pm

Un agricoltore Domenico Antonio Valenti, di 69 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a San Calogero in provincia di Vibo Valentia. L'omicidio è avvenuto nel tardo pomeriggio durante una lite scoppiata con un altro agricoltore proprietario di un terreno confinante. L'uomo, su cui gravano forti sospetti, è attualmente trattenuto nella caserma dei carabinieri per accertamenti. Sull'episodio indagano i carabinieri della Compagnia di Tropea. Teatro della lite è stata la zona Piano delle Querce dove l'assassino ha fatto fuoco con una pistola.
    I carabinieri stanno sentendo la persona sospettata di essere l'autore del delitto. Sul luogo del delitto si è recato anche il medico legale che ha compiuto l'esame esterno del cadavere.
    Domenico Antonio Valenti era sposato, con figli. (Ansa)

Un omicidio è avvenuto a Rosarno nella notte tra domenica 14 e lunedì 15 agosto. La vittima, un uomo di 50 anni è stato trovato morto nella sua abitazione da parte dei carabinieri, giunti sul luogo del delitto dopo una segnalazione. Su modalità e presunti autori dell’omicidio (al momento non è stato arrestato nessuno), da parte delle Forze dell’Ordine, che stanno indagando incessantemente a 360 gradi, vige il massimo riserbo. Seguono aggiornamenti.

Massimo Bossetti è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio. Dopo due anni e mezzo dall'arresto, si è chiuso oggi, dopo un anno, il processo davanti alla Corte d'Assise di Bergamo per il muratore di Mapello. La 45esima e ultima udienza si era aperta con le parole di Bossetti che ha letto un foglio scritto di suo pugno per urlare ancora una volta la propria innocenza: "Sarò anche stupido, un ignorantone, un cretino, ma non sono un assassino; questo sia chiaro a tutti", ha affermato Bossetti che si è detto "convinto che la verita' sull'omicidio debba essere portata alla luce. Vorrei incontrare i signori Gambirasio, anch'essi vittime di chi non ha ancora saputo trovare il vero colpevole o i veri colpevoli. Ripeto: sarò un ingenuo, ma non un assassino".

Bossetti ha, quindi, chiesto la ripetizione dell'esame del Dna, per l'accusa la "prova regina" che dimostrerebbe la colpevolezza dell'imputato: "Quel Dna non è mio, vi imploro, ripetete il test", ha detto Bossetti che in conclusione ha spiegato che accettera' "il verdetto qualunque esso sia perchè pronunciato, ne sono convinto, in assoluta buona fede. Ma ricordatevi che se mi condannerete sara' il piu' grave errore giudiziario di questo secolo. Mi rendo conto che è molto difficile assolvere Bossetti, ma è molto piu' difficile sapere di aver condannato un innocente". Dopo le sue parole i giudici si erano ritirati in camera di consiglio. (AGI)

Alzi la mano chi non sapeva che qualcosa di brutto sarebbe successo nella tendopoli di San Ferdinando. Nessuno, appunto.

Le criticità di quella struttura, dimenticata da dio e dalle istituzioni, erano ampiamente conosciute e tollerate e si attendeva, come al solito, la tragedia per rendere evidente quel che era noto ai più.

Sia chiaro che qui non parleremo dei fatti oggetto di indagini in queste ore, perché è chiaro che sulle dinamiche della morte dell’uomo e del ferimento del carabiniere c’è un fascicolo aperto e solo la conclusione di quest’attività investigativa ci potrà restituire la verità, almeno quella giudiziaria, dei fatti.

Una verità incontrovertibile è che il campo migranti di San Ferdinando non funzionava, e non poteva funzionare. Centinaia di migranti stipati in un tendopoli, in condizioni di degrado e senza un lavoro certo, lontani da sistemi collaudati di inclusione e accoglienza, non sono sostenibili per una delle aree più povere de’Italia. La Piana di Gioia Tauro, ed in particolare il triangolo Rosarno-Rizziconi-San Ferdinando, ha subito i danni e le conseguenze di un sistema di gestione dei flussi migratori assolutamente cervellotico e inefficiente. Sulle spalle dei cittadini, degli encomiabili volontari e di alcune associazioni umanitarie, è gravato tutto il peso delle defaillances delle istituzioni. Se i vari ministri, sottosegretari, politici di caratura regionale, nazionale e locale, avessero agito in proporzione a quanto hanno passeggiato con finta costernazione tra la bidonville della tendopoli, a quest’ora il problema sarebbe stato risolto. Su Rosarno s’è abbattuta la grande ondata degli egoismo politici, anche di istituzioni vicine alla città medmea che si sono girate dall’altra parte quando si è discusso di dividere il numero dei migranti nei diversi centri della Piana.

In questa vicenda ci sono tante, troppe vittime, fisiche e morali. C’è un migrante morto – ed è questa la tragedia più grande – c’è un rappresentante delle forze dell’ordine ferito nel pieno della sua attività, c’è tutta una comunità che rischia, per la seconda volta nel giro di un lustro, di essere etichettata come la peggior espressione della xenofobia, come la patria di un gretto e orribile apartheid.

Gli africani che sfuggono alla miseria e vogliono lavorare onestamente non meritano la vita di stenti e di tragedia in un inferno come la tendopoli, le forze dell’ordine non meritano di mettere a repentaglio la loro incolumità per gestire bombe sociali sganciate da enti sovra comunali inerti, distratti o incapaci. Ma soprattutto la popolazione di Rosarno non merita di vivere con l’ansia che una rivolta sociale si riaffacci alle porte della città, così come non merita di essere bollata come una comunità razzista. Dopo anni di accoglienza, di volontariato dignitoso e silenzioso, il sistema sta scricchiolando sotto il peso di una crisi economica che sta mettendo in ginocchio i rosarnesi e gli africani, senza distinzione di sesso o razza.

Si può imparare qualcosa dalle tragedia? Sì, è sempre possibile. L’unica amara lezione da comprendere, una volta per tutte, è che questo sistema è alla canna del gas: non è più possibile sostenere un’accoglienza sgangherata come quella proposta nel campo migranti. Gli africani non meritano il degrado, la fame e le pallottole, ma i cittadini di Rosarno non meritano la paura, l’abbandono e il ticchettio di una bomba sociale che ogni giorno va verso la detonazione.

Il messaggio, però, deve essere compreso dalle istituzioni, in particolare dal governo regionale e da quello nazionale. Per anni, e sotto bandiere politiche di colore diverso, Rosarno è stata passerella elettorale comoda. Mentre in molti hanno preso i voti, ai rosarnesi è rimasto un ghetto alle porte e vuote promesse. Agli africani, ancor peggio, la fame e la rabbia.

Possibile che si debba sempre attendere un morto, una rivolta o una tragedia, per ricordarsi che Rosarno non può essere lasciata sola?

Sarà questa la volta buona che il sistema istituzionale metterà mano alla questione e azzererà la vergogna che si appalesa ogni giorno al campo migranti?

In attesa di conoscere la risposta possiamo ascoltare il rumore degli sciacalli, dei condor – in doppiopetto o con il badge parlamentare - che sono pronti a banchettare sui cadaveri degli africani e sui corpi, e le coscienze, della comunità rosarnese. Solo per raccattare qualche consenso in più o qualche pagina di giornale.

 

Domenico Mammola

Nella mattinata odierna alle ore 09.30 circa, presso la tendopoli di San Ferdinando, all’interno di una tenda, secondo una prima ricostruzione ancora in corso di approfondimento, si verificava un’aggressione ad opera di un cittadino maliano nei confronti di due altri extracomunitari. Nel dettaglio l’aggressore – successivamente identificato in TRAORE Sekine, maliano di anni 27, armato di un coltello da cucina con lama seghettata – aggrediva improvvisamente, per futili motivi ancora poco chiari, forse connessi con la richiesta di una sigaretta, un cittadino del Burkina Faso, ferendolo con un fendente all’avanbraccio destro, e successivamente aggrediva l’altro, di nazionalità ghanese, tentando di rapinarlo del borsello contenente circa 250,00 euro. A questo punto le vittime fuggivano dalla tenda, mentre altri extracomunitari, intimoriti dal trambusto, avevano già provveduto ad allertare i Carabinieri.

La pattuglia, sopraggiunta poco dopo, tentava di parlare con il cittadino maliano, rassicurandolo e cercando di riportarlo alla calma; questi tuttavia, in evidente stato alterazione psicofisica, continuava a brandire il coltello, colpendo con dei fendenti ripetutamente le pareti della tenda, e, con fare deciso e minaccioso, cercava di attingere chiunque gli si avvicinasse.

Nel frattempo sopraggiungeva in supporto un’altra pattuglia dei Carabinieri ed una della Polizia di Stato che si univano ai molteplici e prolungati tentativi di ricondurre la persona alla calma, intimandogli di posare il coltello a terra. Ogni tentativo risultava però vano tanto che il Traore, dopo aver lanciato pietre ed altri oggetti contro gli operanti, si avventava nuovamente contro gli stessi colpendo con un fendente al volto, all’altezza dell’occhio destro, uno dei militari intervenuti. Anche nel frangente il maliano veniva nuovamente allontanato, ma nonostante questo ennesimo tentativo di evitare lo scontro fisico, questi si scagliava ancora una volta contro il militare precedentemente ferito al viso che reagiva all’aggressione con un colpo della pistola d’ordinanza, che nella concitazione degli eventi attingeva il Traore all’addome.

I cinque operatori delle FF.PP. riportavano lesioni varie mentre l’aggressore, prontamente soccorso e ricoverato presso l’ospedale di Polistena, purtroppo decedeva nella tarda mattinata a seguito della ferita riportata. Sono in corso gli approfondimenti di polizia giudiziaria e medico legali per una più dettagliata ricostruzione dei fatti sopra descritti.

Domenico Polimeni, pregiudicato di 48 anni è stato ucciso nella notte, in un agguato avvenuto a Sambatello (Reggio Calabria), il collaboratore di giustizia Giuseppe Greco, 56 anni è rimasto invece ferito in modo grave ed al momento è ricoverato in ospedale. Secondo le prime ricostruzioni sull’accaduto sembrerebbe che a sparare con un fucile, mentre Polimeni e Greco si trovavano su un balcone, sia stata una persona giunta sul posto a bordo di un auto, dileguatasi dopo l’attentato. Sull'agguato indaga la Polizia di Stato.

Rosa Landi, 59 anni, originaria di Palmi, è stata uccisa dal marito, Ciro Vitiello, incensurato, con 5 colpi di pistola alla schiena, nella loro casa a Genova. L'uomo l'avrebbe sorpresa mentre confidava al figlio al telefono di voler andare da un avvocato per separarsi. Dopo l'omicidio, ha poi chiamato la polizia confessando.Vitiello deteneva regolarmente 5 pistole.

Hanno aggredito un 79enne vibonese, nell'agosto 2015, e lo hanno gettato in mare a Marina di Pizzo (Vibo Valentia) per simulare un annegamento. Ora due persone, un uomo e una donna, entrambi romeni di 36 e 35 anni, sono stati arrestati dai carabinieri per omicidio e rapina.

Sono stati i carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia della Sezione di polizia giudiziaria e delle compagnie di Vibo Valentia e Tropea ad arrestare i due ieri sera, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta del pubblico ministero.

La coppia, che era solita agire in modo seriale, adescava persone anziane con una certa disponibilità economica, che venivano attirate in luoghi isolati con il pretesto di un rapporto sessuale. Lì scattavano veri e propri pestaggi. Il 79enne vibonese, rimasto tramortito, è stato poi gettato a mare per simularne l’annegamento. Il corpo senza vita è stato trovato dopo giorni. (Adnkronos)

Dopo l’omicidio dell’imprenditore Giovanni Vilasi ed i numerosi atti di violenza dei giorni scorsi, sin dalle prime luci dell’alba nella frazione di Gallina a Reggio Calabria, i Carabinieri con il supporto di un elicottero ed unità cinofile, stanno svolgendo un vasto servizio straordinario di controllo del territorio a seguito delle decisioni assunte dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. In particolare si è deciso di intensificare i servizi di prevenzione e controllo soprattutto a Gallina dove i militari stanno effettuando numerosi posti di controllo in tutta la zona e perquisizioni domiciliari.

Il cadavere di un uomo, completamente carbonizzato, e' stato ritrovato nel pomeriggio di oggi a Vallefiorita, centro in provincia di Catanzaro. Il corpo e' stato rinvenuto all'interno di un'automobile completamente bruciata, in una zona di campagna. 

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Girifalco, guidati dal capitano Silvio Maria Ponzio, che hanno avviato gli accertamenti. Secondo una prima ricostruzione, la vittima sarebbe un uomo residente a Vallefiorita. Si attende il sopralluogo del medico legale per cercare di ricostruire la dinamica di quanto accaduto. (Agi)

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