15112019Ven
Aggiornato ilGio, 14 Nov 2019 4pm

Nella giornata di ieri mercoledì 4 Novembre , in Reggio Calabria, i Carabinieri traevano in arresto MORELLI Roberto, di anni 44 da Reggio Calabria, già noto alle Forze dell'Ordine per il reato di tentato omicidio ed estorsione, in esecuzione al provvedimento di ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, poiché dovrà scontare la pena definitiva residua di anni 2, mesi 4 e giorni 26 di reclusione, per i fatti commessi in questo centro abitato nell’anno 2008.

Questa mattina, i Carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo hanno tratto in arresto una studentessa 17enne di Melito di Porto Salvo (RC) in esecuzione ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare.

L’accusa per la giovane è gravissima: omicidio aggravato dai motivi abbietti e futili della propria madre C.P. infermiera 44enne.

I fatti risalirebbero al 25 maggio scorso quando nel cuore della notte i Carabinieri, allertati sull’utenza di emergenza 112, intervenivano all’interno dell’abitazione ella donna trovandola esamine in un lago di sangue, con un ferita di arma da fuoco alla tempia. L’immediato intervento del personale del 118 fu inutile: la donna infatti morì poco dopo.

Al momento di quello che sembrava inizialmente essere un suicidio, all’interno dell’abitazione, oltre alla vittima, vi era soltanto la figlia. Era stata quest’ultima ad allertare lo zio materno, riferendo che qualcuno aveva sparato alla madre.   

Nel corso di tutta la notte poi e nei giorni successivi, la giovane veniva più volte sentita dagli investigatori e numerose sono state le incongruenze dagli stessi riscontrate nel fantasioso narrato della studentessa, a partire dalla descrizione del fantomatico killer che avrebbe avuto un’altezza di oltre due metri.

La donna venne trovata riversa su un fianco, sul letto della propria camera e, con vicino al corpo, una pistola che risulterà, successivamente essere appartenuta al marito. 

L’immediata ispezione cadaverica ed il successivo esame autoptico avevano nel frattempo escluso che la donna si fosse tolta la vita da sola.

I successivi accertamenti tecnici, svolti con l’ausilio del R.I.S. di Messina, hanno poi permesso di far luce sulla vicenda e di sconfessare la ragazza che, da subito, e anche nelle altre occasioni, aveva sempre negato, in modo categorico, di aver mai maneggiato quell’arma.   

Difatti, già i risultati dell’esame dello STUB, fatto nell’immediatezza sulla ragazza, avevano fatto emergere evidenti tracce univocamente indicative dell’avvenuto sparo ad opera della stessa.     

Ciò che poi ha consentito di chiudere il cerchio attorno alla giovane studentessa è stato infine il risultato degli accertamenti dattiloscopici che hanno certificato la presenza di ben tre impronte parziali sull’arma, una delle quali risultata appartenere, senza ombra di dubbio alcuno, al dito indice della mano della ragazza.

La giovane, sulla base degli elementi raccolti, avrebbe agito con lucida freddezza e con premeditazione. Il movente pare sia riconducibile ai frequenti rimproveri da parte della madre per il cattivo andamento scolastico della figlia culminati con il divieto categorico dell’utilizzo del telefono cellulare e soprattutto del computer, con il quale la ragazza, pare, passasse parecchio tempo collegata a noti social network. Da qui sarebbe maturata la decisione di uccidere la propria madre.

La ragazza, terminate le formalità di rito, è stata tradotta, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, presso un Istituto Penitenziario Minorile fuori regione.             

Omicidio a Riace, alle prime ore del giorno. Ernesto Ienco, 31 anni, è stato ucciso a colpi si arma da fuoco mentre si trovava sulla porta della sua abitazione in contrada Iannino. Il padre della vittima, Nicola Ienco, era stato a sua volta ucciso in un agguato nel marzo 2011.Molti anni fa, inoltre, era stato ucciso anche il fratello del padre, che era un dipendente del Comune di Riace.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Roccella Jonica e del Nucleo Investigativo del Gruppo di Locri, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri Arcadi. Gli investigatori mantengono il più stretto riserbo sulle indagini, al momento non escludono alcuna pista e alcun movente.

Il presunto assassino di Marco Gentile, il diciottenne ucciso ieri a coltellate a Catanzaro è stato individuato e fermato dagli agenti della Questura del capoluogo calabrese. Il nome del fermato non è ancora stato reso noto, ma, sembrerebbe che tra i due fosse scoppiata una lite (per futili motivi) nei pressi dei giardini di San Leonardo a Catanzaro. Diverbio poi finito in tragedia.

Marco Gentile un giovane di soli 18 anni è morto a Catanzaro dopo essere stato accoltellato durante una lite. La discussione che poi ha portato all'accoltellamento mortale è avvenuta in un vicolo vicino ai giardini di San Leonardo, nella zona nord della città capolugo della Calabria, per motivi ancora da accertare. Il ragazzo, colpito al cuore, è stato trasportato in codice rosso in ospedale dove è stato ricoverato d'urgenza in rianimazione, ma non ce l'ha fatta, è morto poco dopo. L'aggressore, che sarebbe già stato identificato dagli inquirenti, è invece riuscito a scappare. Sull'omicidio indaga la Squadra Mobile.

Ha confessato l'ex di Giordana di Stefano, la ragazza 21enne uccisa a coltellate ieri a Nicolosi. Luca Priolo 24enne, è stato bloccato dai carabinieri a Milano mentre cercava di scappare all'estero. Il ragazzo avrebbe confessato poi spontaneamente dichiarando di aver commesso l'omicidio per paura di non poter più vedere la loro figlia di 4 anni. La ragazza è stata uccisa con diverse ferite di arma da taglio alla gola al torace e all'addome.

Un rifiuto a delle avances si stava trasformando in tragedia in provincia di Reggio Calabria. Una vedova di 64 anni è infatti stata arrestata dai carabinieri a Marina di Gioiosa Jonica con l’accusa gravissima di tentato omicidio nei confronti dell'autista di un autobus di linea in sosta. I carabinieri sono intervenuti mentre la donna, armata di un coltello con lama da 30 centimetri, cercava di colpire l'autista, un quarantenne di Catanzaro. Secondo gli inquirenti all’origine del gesto ci sarebbe stato il rifiuto dell'uomo alle avances da parte della donna.

Alle prime ore odierne, in Condofuri (RC) - frazione Marina -, a seguito di richiesta pervenuta sul numero di emergenza 112, i Carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo intervenivano in quella via Bandiera nr. 12/A, ove rinvenivano il corpo esanime di JAGJIT Singh, cittadino indiano di anni 29, operaio, ivi domiciliato.

Immediati accertamenti consentivano di stabilire che, poco prima il suo concittadino di anni 33, SHARANJIT Singh, nonché coinquilino, coniugato, operaio, in preda ad un raptus dettato da motivi di gelosia poiché riteneva che la vittima intrattenesse una relazione extraconiugale con la propria moglie, attualmente in India, sorprendendolo nel sonno, lo aggrediva, colpendolo ripetutamente all’addome con un coltello da cucina, e ne cagionava la morte. L’uomo, che dopo lungo interrogatorio rendeva ampia confessione, veniva dichiarato in stato di arresto.

Lo scorso 18 settembre, i Carabinieri  della Stazione di Platì hanno tratto in arresto BARBARO Francesco cl.27, in ottemperanza del provvedimento di esecuzione di pene concorrenti emesso dall’ufficio esecuzioni penali della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. Tale provvedimento fa seguito al rigetto della VI^ sezione della Corte di Cassazione al ricorso proposto dagli avvocati dell’arrestato contro la sentenza del 16 giugno u.s. quando, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria hanno condannato a 30 anni di reclusione i boss Francesco BARBARO, di 88 anni, e Antonio PAPALIA, 75 anni, ritenuti, rispettivamente, l’esecutore materiale e il mandante dell’efferato omicidio del Brigadiere dei Carabinieri Antonino MARINO.

Il BARBARO, avendo già subito in precedenza una condanna a 25 anni di reclusione, poiché ritenuto responsabile di un sequestro di persona commesso tra il 9.10.1981 ed il 14.03.1982, non ha potuto beneficiare dell’istituto del cumulo giuridico, scontando il residuo dei 30 anni, bensì, ai sensi dell’articolo 73 del Codice Penale che prevede che “quando concorrono più delitti, per ciascuno dei quali deve infliggersi la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni, si applica l’ergastolo”, è stato sottoposto al carcere a vita.

Impegnato principalmente nel contrasto alla ‘ndrangheta, il Brig. Marino, prima del suo vile assassinio, ha retto per molti anni il comando della Stazione Carabinieri di Platì. Profondo conoscitore della criminalità organizzata locale, ha svolto varie indagini su traffici illeciti e sui numerosi sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della zona, contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi esponenti della ‘ndrangheta.

Il  9 settembre 1990, il Brigadiere, mentre si trovava a Bovalino Superiore con la propria famiglia in occasione della festa patronale, fu avvicinato da un killer, il quale, approfittando della confusione che regnava in paese e della concomitante esecuzione di uno spettacolo pirotecnico, gli esplose contro una decina di colpi di pistola, dileguandosi poi nel buio. Nell’agguato furono colpiti oltre al sottufficiale, all’epoca trentenne, anche la moglie incinta e il figlio Francesco di 1 anno, oggi Tenente nell’Arma dei Carabinieri.

Il 2 settembre 1993 al Brig. Marino è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione “Comandante di Stazione impegnato in delicate attività investigative in aree caratterizzate da alta incidenza del fenomeno mafioso, operava con eccezionale perizia, sereno sprezzo del pericolo e incondizionata dedizione, fornendo determinati contributi alla lotta contro efferate organizzazioni criminali fino al supremo sacrificio della vita, stroncata da vile agguato. Splendido esempio di elette virtù civiche e di altissimo senso del dovere”; mentre il 30 settembre 2011 a Platì è stata intitolata alla sua memoria la locale caserma Carabinieri.

Le indagini sull’omicidio ebbero una svolta con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino CUZZOLA che aveva raccontato agli investigatori che erano stati proprio i BARBARO-PAPALIA ad ordinare l’uccisione del militare per vendicarsi dell’attività investigativa avviata dal Comandante di Stazione sulle cosche presenti nel piccolo comune aspromontano. La Cassazione, non condividendo l’assoluzione in Appello dei due imputati, rinviò nuovamente tutto a Reggio Calabria per una più approfondita valutazione. Fondamentali in tale ottica sono state alcune intercettazioni dell’inchiesta “Platino” relativa alla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia, nelle quali si faceva proprio riferimento al brutale assassinio.

I cadaveri di due persone sono stati trovati la scorsa notte in un appartamento di Reggio Calabria. Si tratta di un uomo e una donna di nazionalità romena. L'ipotesi è che sia un caso di omicidio-suicidio: la donna sarebbe stata strangolata e l'uomo si sarebbe impiccato subito dopo. La certezza delle cause della morte sarà in ogni caso data dall'autopsia che sarà eseguita sui corpi.

Sono stati i vicini di casa a segnalare che dall'appartamento si diffondeva un cattivo odore. Sul posto sono intervenuti i carabinieri che stanno lavorando alla ricostruzione dell'accaduto.

I Più Letti della Settimana

Bingo sites http://gbetting.co.uk/bingo with sign up bonuses