15112019Ven
Aggiornato ilGio, 14 Nov 2019 4pm

Un uomo 55enne, Andrea Zingone  si è tolto la vita gettandosi dal quinto piano del palazzo dove abitava dopo avere ucciso a coltellate la madre Fermina Gagliardi, di 79 anni. La tragedia è avvenuta a Catanzaro in un palazzo al centro. A scoprire il corpo  della donna a terra in una pozza di sangue, sono stati i Carabinieri intervenuti dopo la segnalazione di un cadavere in cortile. Il corpo della donna è stato rinvenuto in un bagno, mentre nel secondo bagno di casa è stato rinvenuto un coltello da cucina sporco di sangue ed utilizzato per commettere l’omicidio.

Cosimo Giuseppe Leuzzi, uno dei presunti mandanti dell'omicidio di Carmelo Novella, è stato condannato a 30 anni di carcere. Novella, ritenuto  boss della 'ndrangheta lombarda è stato ucciso a colpi di pistola il 14 luglio del 2008 in un bar a San Vittore Olona, nel Milanese. La sentenza è stata emessa dal giudice per l'udienza preliminare di Milano nel processo che si è celebrato nel capoluogo lombardo con la formula del rito abbreviato. Il pm della Procura Distrettuale Antimafia aveva invece chiesto per Leuzzi la pena dell'ergastolo. Novella, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, fu assassinato a causa del suo progetto di rendere autonomi i clan lombardi dalla 'casa madre' calabrese.

Con la sentenza della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, presieduta dal dott. Gennaro Maresca, si è conclusa definitivamente quella che sembrava una storia giudiziaria senza fine, durata 14 anni con 3 giudizi davanti la Corte di Assise di Appello di Torino e tre annullamenti (l’ultimo senza rinvio) della Suprema Corte.

Domenico Rettura e Rocco Fedele, calabresi di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, titolari, nel 2000, di una ditta che si occupava della lucidatura dell’ottone grezzo utilizzato per la realizzazione dei rubinetti – la “Pulimetal” di Paruzzaro (Novara) – sono stati definitivamente assolti dal reato di omicidio di un dipendente della ditta, il senegalese Mohammed Sow, scomparso il 16 Maggio 2001 dalla provincia di Novara.

La vicenda, che aveva condotto all’incriminazione – formulata dal Pubblico Ministero del Tribunale di Verbania – dei due taurianovesi dei reati di omicidio e occultamento di cadavere, aveva suscitato l’interesse sia della stampa locale che di quella nazionale, tanto da attirare l’attenzione della nota trasmissione di Rai Tre “Chi l’ha visto?” – condotta, a quei tempi, da Federica Sciarelli – che oltre a dedicare al caso numerose puntate decideva di presenziare, con le proprie telecamere, a tutte le udienze del processo di primo grado.

I due giovani calabresi, difesi dagli avvocati Antonino Napoli del foro di Palmi ed Alessandro Gamberini del foro di Bologna, in un primo momento assolti dalla Corte di Assise di Novara – nonostante il pubblico ministero avesse chiesto per entrambi la condanna all’ergastolo – venivano successivamente ritenuti colpevoli, del reato di omicidio preterintenzionale, dalla Corte di Assise di Appello di Torino.

Corte di Assise di Appello Torinese, accogliendo le richieste avanzate dalla Procura Generale, aveva disposto la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, ordinando nuove indagini sul DNA ritrovato sulla scena del presunto crimine, nonché una perizia grafologica sulla firma apposta da Sow sull’ultima busta paga ricevuta. Per la realizzazione di tali analisi la Corte nominava quale proprio perito il generale Luciano Garofano, all’epoca comandante dei RIS di Parma; mentre la difesa conferiva l’incarico di consulente di parte al professore Enrico Marinelli dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.

Contro la sentenza di condanna degli imputati, gli avvocati Antonino Napoli e Alessandro Gamberini proponevano ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte, in accoglimento delle tesi difensive e disattendendo la richiesta di conferma della sentenza impugnata, avanzata dal Procuratore Generale, annullava la sentenza di condanna e disponeva il rinvio del giudizio davanti ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Torino.

La Seconda Sezione della Corte di Assise di Appello di Torino nel nuovo giudizio confermava la condanna di Rettura e Fedele a 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.

Anche nel nuovo giudizio di appello i giudici disponevano la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale conferendo l’incarico di trascrivere e ripulire alcune tracce audio delle intercettazioni ambientali con software più avanzati a due periti. La difesa, di contro, si avvaleva della consulenza dei professori Luciano Romito e Giampiero Benedetti; due dei maggiori esperti nazionali di fonetica forense.

Anche la sentenza di condanna resa dalla Seconda Sezione della Corte di Assise di Appello di Torino veniva impugnata dalle difese dei due imprenditori, dinanzi alla Corte di Cassazione.

La Prima Sezione della Suprema Corte, nonostante la richiesta di conferma – della sentenza condanna – proposta dal Procuratore Generale, dottor Francesco Iacoviello, accoglieva il ricorso degli avvocati Napoli e Gamberini disponendo un nuovo giudizio davanti ad altra sezione della Corte di Assise di Appello Torino.

Nel nuovo giudizio (il terzo) di secondo grado, il Procuratore Generale, dott. Vittorio Nessi, dopo una lunga requisitoria richiedeva la condanna di Rocco Fedele di Domenico Rettura rispettivamente alla pena di 24 e 20 anni di reclusione.

Nel corso dell’ennesimo giudizio gli avvocati Gamberini e Napoli, contestavano: gli indizi evidenziati dal procuratore generale; le prove scientifiche effettuate col moderno sistema del “Bloodstain Pattern Analysis”; e la unidirezionalità delle indagini della polizia giudiziaria che si erano concentrate solo sui due imprenditori, tralasciando ogni altra pista investigativa.

Ascoltate le repliche del procuratore generale e dei difensori, la Corte di Assise di Appello di Torino, dopo quasi quattro ore di camera di consiglio, assolveva entrambi gli imputati confermando la sentenza di assoluzione di primo grado.  

La sentenza di assoluzione veniva questa volta impugnata, dinanzi alla Suprema Corte, dal Procuratore Generale della Repubblica.

La Quinta Sezione Penale di Cassazione, nonostante il Procuratore Generale d’udienza avesse chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione, ha posto un definitivo suggello – dopo quattordici anni – sulla vicenda giudiziaria: respingendo il ricorso proposto dal PG; accogliendo le argomentazioni difensive articolate dagli avvocati Antonino Napoli e Alessandro Gamberi; e mandando definitivamente assolti Domenico Rettura e di Rocco Fedele.

L’avvocato Antonino Napoli a commento dell’assoluzione dei propri assistiti ha dichiarato: “La vicenda evidenzia la pericolosità dei processi mediatici celebrati, negli studi televisivi, in occasioni di episodici fatti di cronaca nera, capaci di condizionare l’opinione pubblica e con essa le aspettative di condanna della collettività. Al riguardo va evidenziato come, se il processo Sow non avesse avuto un’ampia ed estesa eco mediatica, lo stesso si sarebbe, probabilmente, concluso in tempi più ragionevoli. Le sentenze di assoluzione pronunciate (in primo grado) dalla Corte d’Assise di Torino, in secondo grado (nel 2014) dalla Corte d’Assise d’Appello e le tre decisioni della Corte di Cassazione dimostrano come vi fosse – sin dall’inizio della vicenda – un dubbio ragionevole circa la colpevolezza dei due imputati. Nonostante ciò si sono resi necessari ben 7 gradi di giudizio per giungere ad una statuizione definitiva. Ciò è forse avvenuto a causa delle inchieste televisive che hanno fondato nell’opinione pubblica il convincimento della colpevolezza dei due imprenditori e hanno indotto i giudici ad assumere un atteggiamento meno incline all’assoluzione. Al riguardo va evidenziato come la stessa AGCOM ha avvertito la necessità di emanare nel febbraio del 2008 un “atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni televisive” onde garantire l’osservanza dei principi di obiettività, completezza, lealtà e imparzialità dell’informazione in tutte le trasmissioni che hanno ad oggetto la raffigurazione di vicende costituenti materia di procedimenti giudiziari. Al riguardo va ricordato come già nei primi decenni del ‘900 uno dei più noti pensatori del secolo scorso, Jürgen Habermas, avesse – in una delle sue più note opere – messo in guardia sui rischi di deficit democratico cui possono condurre attività di condizionamento e/o “indottrinamento” dell’opinione pubblica”.

Dopo quasi un anno di indagini, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Frascati hanno arrestato il presunto autore dell'aggressione mortale ai danni di Giuseppe Nirta, 55enne originario di Locri (Reggio Calabria), preso a bastonate alla testa la sera del 10 agosto del 2014 nell'androne del palazzo di via La Malfa, in Pomezia, mentre faceva tranquillamente rientro a casa. La vittima non è morta subito ma la gravità delle ferite riportate ha reso vana ogni cura tanto da portarlo alla morte due settimane dopo. Si tratta di un operaio tunisino 45enne, E.M.D., regolare sul suolo nazionale. L'arresto è stato eseguito in ottemperanza dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Velletri in accoglimento dell'articolata richiesta formulata dalla Procura della Repubblica di Velletri che ha coordinato le complesse indagini.

Le attività investigative, sin dai primi momenti, sono risultate particolarmente difficili a causa dell'assenza di testimoni oculari in grado di fornire particolari utili ad inquadrare i fatti. Attraverso prolungate escussioni di persone vicino alla vittima, indagini di natura tecnica e il minuzioso esame dei tabulati telefonici è stato possibile ricostruire la dinamica del gesto.

Dalle indagini è emerso che negli ultimi giorni vi erano stati ripetuti litigi tra la vittima e l'arrestato per la spartizione dei soldi da loro ricavati per la ristrutturazione di una appartamento; uno screzio banale che però ha portato al crescere della tensione tra due soggetti caratterialmente impulsivi e, nel caso dell'indagato, con un'indole violenta.

La sera del 10 agosto, come ricostruito dagli inquirenti, il tunisino avrebbe atteso la vittima sotto il palazzo di via La Malfa, in Pomezia, ove abitava e lì lo ha aggredito con un bastone colpendolo violentemente al capo tanto da fracassargli la scatola cranica.

All'arrestato viene contestato l'omicidio premeditato e aggravato perché "si appostava sotto l'abitazione di Nirta Giuseppe e all'arrivo della vittima lo colpiva al capo con un corpo contundente cagionandogli ferite lacero contuse localizzate in sede frontale e la frattura pluriframmentaria della teca cranica, da cui derivava la morte, con l'aggravante dell'aver agito con premeditazione, mosso da futili motivi ed approfittando dell'orario notturno". (askanews)

Un duplice omicidio è stato consumato tra le mura domestiche nella notte a Reggio Calabria. Le vittime sono Carmela Cicciù di 83 anni e la figlia cinquantatreenne Antonia Latella. Secondo le prime valutazioni l’omicidio, avvenuto al primo piano di una della palazzine Ina Casa situate a Reggio Sud, è stato commesso utilizzando un coltello e forse un altro oggetto contundente. Subito dopo l’uccisione delle due donne, una telefonata ha avvertito il 113 del delitto, e le volanti della Polizia sono riuscite ad intercettare un uomo, Pasquale Laurendi, 55 anni, marito e genero delle vittime, mentre si trovava a bordo dalla sua auto dove presumibilmente stava tentando la fuga lungo la Strada Statale 106. Laurendi è stato quindi arrestato con l’accusa di duplice omicidio.  

I Carabinieri della Compagnia di Soveria Mannelli hanno trovato,  nell'alveo del fiume Sant'Elia tra i comuni di Cicala e Sorbo San Basile,  due fucili, uno dei quali d'assalto. Le armi sono state notate da alcuni passanti che hanno immediatamente avvertito le forze dell’ordine. I carabinieri hanno così trovato un fucile cal. 12, un fucile d'assalto con relativo serbatoio vuoto e 18 proiettili cal. 7.62 per l'arma da guerra. I due fucili sono risultate in discreto stato di conservazione, e sembrerebbero essere assolutamente compatibili con quelli utilizzati per l'omicidio di Tommaso Guzzetti, l'imprenditore di 54 anni assassinato mercoledì scorso nelle campagne di Sorbo .

Si chiama Vincenzo Di Balsamo, il 38enne accusato di aver cosparso di liquido infiammabile, Raffaele Di Matteo(51anni) e avergli dato fuoco. L'episodio si è verificato giovedi sera ad Acerra in provincia di Napoli. Di Matteo è morto nel centro grandi ustionati dell'ospedale Cardarelli, per le gravi ferite riportate. Secondo le ricostruzioni il movente sarebbe di natura passionale. Per Vincenzo Di Balsamo, autore del folle gesto, il capo di imputazione è omicidio.

Un imprenditore Tommaso Guzzetti, di 54 anni, e’ stato ucciso in un agguato a colpi di arma da fuoco in una localita’ montana nel territorio di Sorbo San Basile, nel catanzarese. L’uomo e’ titolare di un’impresa boschiva di Sersale. L’agguato e’ avvenuto in localita’ “Staglio grande” sulla strada che da Catanzaro conduce in Sila, a poca distanza da un ristorante. Sul luogo dell’omicidio sono giunti i carabinieri del comando provinciale di Catanzaro. Secondo una prima ricostruzione, uno o piu’ sicari, dopo avere atteso Guzzetti, nei pressi di una localita’ dove la sua impresa era impegnata, gli hanno sparato diversi colpi probabilmente con un fucile caricato a pallettoni. 

Un uomo di 51 anni, ha tentato di togliersi la vita con un colpo di pistola alla testa, usando la stessa arma con cui poco prima aveva ucciso la sua compagna, di 47 anni. E' successo a Riofreddo, vicino Roma, domenica sera. A dare l'allarme, e chiamare i fratellastri la figlia della coppia di soli 8 anni. I militari, giunti sul posto hanno trovato entrambi per terra in una pozza di sangue. L'uomo è stato trasportato in gravi condizioni in ospedale. Sulla vicenda indagano i carabinieri della compagnia di Subiaco, anche se dalle prime informazioni sembra si tratti di un delitto passionale, la donna infatti voleva lasciare il compagno.

Si tinge ancor più di giallo il mistero riguardante il caso dell'immigrato trovato morto pochi giorni fa tra le campagne di Rosarno (Reggio Calabria), secondo quanto dichiarato dal Procuratore della Repubblica di Palmi, Ottavio Sferlazza "Ancora non sappiamo molto su questo episodio - ha detto il procuratore Sferlazza - anche perché deve essere ancora eseguita l'autopsia sul corpo dell’immigrato. Da un primo esame esterno sembrerebbe che sia rimasto vittima di un’aggressione particolarmente violenta a causa della quale ha subito danni mortali al cranio. Questo episodio è sintomatico di una situazione di disperazione, di degrado e di emarginazione che deve farci riflettere tutti".

 

I Più Letti della Settimana

Bingo sites http://gbetting.co.uk/bingo with sign up bonuses