24092018Lun
Aggiornato ilDom, 23 Set 2018 10pm

Il 4 dicembre 2017, a Zurigo (Svizzera), la locale Polizia Cantonale, in collaborazione con i Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro, hanno localizzato e tratto in arresto SIGNORELLO Josè, di anni 31, pregiudicato, originario di Laureana di Borrello, elemento di spicco della locale cosca di ‘ndrangheta “CHINDAMO-FERRENTINO”. Era latitante dal novembre 2016 allorquando si era sottratto ad un’ordinanza di applicazione di custodia cautelare in carcere emessa il 24.11.2016 dal Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nell’ambito dell’operazione di polizia denominata “LEX”, condotta dalla Compagnia di Gioia Tauro, tra il 2014 ed il 2016, contro il locale di ‘ndrangheta di Laureana di Borrello costituito dalle famiglie dei “LAMARI” e “CHINDAMO–FERRENTINO”.

SIGNORELLO è ritenuto uno degli esponenti principali della ‘ndrina “CHINDAMO–FERRENTINO”, col ruolo di partecipe, consigliere del capo ‘ndrina Marco FERRENTINO, attualmente recluso in regime di 41 bis O.P., coinvolto nel settore del traffico internazionale di armi tra la Svizzera e l’Italia nonché con compiti operativi nel settore delle estorsioni.

L’individuazione e la cattura sono giunte, dunque, all’esito di un’intensa attività info-investigativa condotta dai militari della Compagnia di Gioia Tauro nel corso della quale è stato accertato che l’indagato, benché latitante, aveva avviato una sala scommesse nel centro cittadino di Winterthun, Cantone Svizzero di Zurigo, da dove continuava a mantenere contatti con i propri familiari. Pertanto, sulla base delle evidenze raccolte nel corso dell’attività di ricerca, la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha richiesto l’emissione di un mandato di arresto europeo in ottemperanza al quale la Polizia Cantonale, avvalendosi prioritariamente elementi forniti dai militari dell’Arma, sono riusciti a catturarlo mentre si trovava a Zurigo.

Signorello, al termine delle formalità di rito, è stato messo a disposizione dell’Autorità giudiziaria Svizzera che ha convalidato l’arresto ed è in attesa di decidere sulle procedure di estradizione in Italia.

Nel pomeriggio del 2 marzo 2018, in Saarbrücken (Germania), i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, supportati nella fase esecutiva da personale della polizia tedesca, hanno individuato e tratto in arresto COSENTINO Emanuele, cl. 86 di Palmi (RC), ritenuto elemento di spicco dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta denominata cosca “Gallico”,operante prevalentemente nell’area tirrenica reggina e con ramificazioni in ambito nazionale ed internazionale.

Le attività d’indagine, condotte sotto la costante direzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabra, hanno consentito di stringere il cerchio intorno al latitante dopo 10 mesi di approfondimenti investigativi - prima focalizzati su alcuni elementi della cosca d’appartenenza, poi concentrati sulla cerchia familiare - per cogliere elementi utili a ricostruire e monitorare il collaudato circuito che nel tempo gli ha assicurato la latitanza.

COSENTINO è stato sorpreso per strada, nel centro cittadino, alla guida di un’autovettura con targa tedesca. Insieme a lui era presente la moglie NASSO Laura, che lo aveva recentemente raggiunto da Palmi, dove viveva con i loro cinque figli, uno dei quali nato durante la latitanza del padre. Non erano armati e non hanno opposto resistenza all’arresto. Indosso ad entrambi sono stati rinvenuti documenti d’identità con false generalità.

L’esito positivo dell’operazione è stato favorito, in maniera determinante, dalla cooperazione avviata con la polizia tedesca del Saarlander, sotto l’egida del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP), cooperazione che ha consentito di capitalizzare le acquisizioni investigative dei Carabinieri di Reggio Calabria.

COSENTINO, destinatario di mandato di arresto europeo emesso dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nel giugno del 2017, si era reso di fatto irreperibile dall’ottobre 2013, allorquando si era sottratto ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal locale ufficio GIP su richiesta di questa Procura Distrettuale, per i reati di associazione di tipo mafioso ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, medesimi reati per cui era ricercato in campo internazionale. Nel tempo, gli sviluppi processuali hanno condotto ad una condanna, confermata in Appello, a oltre 7 anni di reclusione.

L’uomo era stato recentemente inserito nell’elenco dei “Latitanti pericolosi”: come hanno documentato le indagini a suo carico, fin dall’anno 2004 ha assicurato un costante contributo alla cosca di appartenenza, da tempo egemone nel territorio di Palmi. Dal 2011, dopo i provvedimenti cautelari che avevano raggiunto il “reggente” del sodalizio, Nasso Domenico, COSENTINO si era sostituito a quest’ultimo nella gestione delle attività estorsive, ricevendo da quest’ultimo le disposizioni che gli venivano comunicate tramite i familiari dal carcere.

Dopo l’inizio della latitanza, i Carabinieri hanno registrato l’attivismo di COSENTINO fuori dal territorio italiano. La cattura odierna ribadisce la dimensione transnazionale del fenomeno ‘ndranghetista, che – come emerso in numerose attività investigative della DDA reggina – si conferma in grado di alimentare e sostenere una rete di stabili relazioni e cointeressenze, funzionale a garantire tanto il reinvestimento dei proventi illeciti, quanto l’appoggio alla latitanza dei suoi affiliati più importanti.

 

L'imprenditore calabrese Antonino Vadalà è stato arrestato dalla polizia slovacca, che indaga sulla morte del giornalista ucciso, Jan Kuciak. Lo scrive il quotidiano locale Korzar. Secondo i media, stamattina la polizia ha fatto irruzione negli appartamenti dell'imprenditore, a Michalovce e a Trebisov, nell'est del Paese. Insieme a lui sono stati arrestati anche il fratello Bruno e il cugino, Pietro Catroppa. Della famiglia Vadalà e dei presunti legami con la 'ndrangheta ha scritto Kuciak nel reportage pubblicato ieri dal suo giornale.

Nel corso delle perquisizioni domiciliari sono state arrestate una decina di persone, ha detto ai media il presidente della polizia slovacca Tibor Gaspar. La pista principale delle indagini è la criminalità organizzata, ha anche spiegato. "Dello sviluppo dell'inchiesta informeremo nel corso della giornata", ha riferito all'agenzia Tasr, Martin Waldl, del presidio della polizia. Kuciak, trovato ucciso nel suo appartamento insieme alla ragazza la settimana scorsa, aveva scritto su quattro famiglie calabresi, ritenute dell'orbita ndranghetista - Vadalà, Cinnante, Rodà e Catroppa - che nell'Est della Slovacchia svolgono attività imprenditoriali soprattutto nell'agricultura. Il reporter aveva inoltre rivelato i legami dell'imprenditore Antonino Vadalà con l'assistente del premier Robert Fico, Maria Troskova, e il segretario del consiglio di sicurezza, Vilian Jasan. Entrambi hanno fatto un passo indietro ieri, fino alla fine delle indagini.
   

Eroe o cittadino responsabile? Gaetano Saffioti, testimone di giustizia ed imprenditore palmese, si sente soltanto «una persona che sta dalla parte della legalità. Senza alcuna straordinarietà». La cornice del dibattito non è uno stantio convegno di antimafia parolaia, ma un vivacissimo confronto tra Saffioti e gli allievi dell’ITIS di Polistena. I ragazzi hanno incontrato l’imprenditore in occasione della presentazione del libro “Una questione di rispetto”, scritto dal giornalista Giuseppe Baldessarro, che narra la vicenda di Saffioti, mettendo in evidenza le fasi salienti della sua scelta di “dire no” alla ‘ndrangheta che gli estorceva il pizzo e schierarsi con la giustizia facendo arrestare e condannare i suoi aguzzini. Questa tappa dei “caffè letterari” dell’ITIS polistenese – evento di punta del carnet dell’offerta formativa del Dipartimento di Lettere - è stata particolarmente apprezzata dai ragazzi, che hanno sommerso di domande Saffioti. Ad aprire i lavori del dibattito è stato il padrone di casa Franco Mileto, dirigente scolastico, che ha amaramente citato Brecht, «sventurata la terra ha bisogno di eroi. La nostra società non ha bisogno di eroismo, ma di persone esemplare come Gaetano Saffioti». La kermesse è stata moderata da Domenico Mammola, giornalista e docente dell’ITIS, che ha messo in evidenza come «il miglior antidoto contro il veleno mafioso che intossica la collettività, è la legalità praticata da chi si oppone alle logiche mafiose e non si limita a non fare il male, ma segue la strada, difficile, della denuncia e della condotta esemplare». Ma i protagonisti della giornata, senza dubbio, sono stati Saffioti e gli studenti. Ragazzi che hanno posto quesiti personali, su come si vive sotto scorta o su come quella denuncia gli abbia cambiato la vita, ma anche consigli su come muoversi sul delicatissimo selciato della legalità. Saffioti era un fiume in piena, ha parlato di «una nuova esistenza che vivo da quando ho denunciato, dal 2002», ha spiegato come «sia stato terribile il tentativo della mafia di farmi terra bruciata attorno, spaventando i miei familiari e i dipendenti della mia azienda», ma ribadendo, a testa alta, che «quella scelta di vita la rifarei ogni giorno. Perché non deve vergognarsi chi denuncia, chi vive onestamente, chi lavora. Bensì chi si arricchisce sulle spalle della gente, chi uccide, chi intimidisce». Ad una ragazza che ha chiesto se la ‘ndrangheta si possa battere, Saffioti ha risposto che «la società è stata in grado di combattere e vincere forme pervasive di criminalità in passato. Penso che con lo sforzo di tutti, ciascuno con il proprio contributo, è possibile liberare la Calabria e l’Italia da questa piaga che sottomette l’economia, fa scappare i nostri giovani e rende turpe l’immagine di una regione meravigliosa come la nostra». Nelle battute finali sono intervenuti, in collegamento telefonico, la giornalista Maria Pia Tucci, direttore artistico dei “caffè letterari dell’ITIS, e Giuseppe Baldessarro, autore del libro su Saffioti. Il cronista, bloccato dal maltempo fuori regione e che aveva seguito in diretta streaming l’evento sul profilo sociale della scuola, con estrema lucidità, ha chiesto ai ragazzi di farsi promotori di un esperimento pedagogico. «Fate leggere a più persone che potete questo libro. Discutetene con le vostre famiglie. Anche così si combatte la mafia, aprendo la mente e diventando seminatori di cultura della legalità». Saffioti, da vera star, si è congedato tra selfie e autografi, ed ha visto negli occhi vispi dei ragazzi dell’ITIS la soddisfazione di chi ha conosciuto un maestro di vita, di legalità, che ha saputo parlare il linguaggio semplice ma tremendamente efficace dell’onestà.

La fine della legislatura porta con sé la relazione finale della Commissione Parlamentare Antimafia. Nell’ampio documento, oltre 600 pagine, la Calabria figura come territorio chiave per la ‘ndrangheta. L’economia ne è condizionata, così come la vita civile, politica e persino culturale. Il lavoro quinquennale degli esponenti di Camera e Senato, coordinati dalla presidente Rosi Bindi – eletta a Reggio Calabria nel 2013 – si è concentrato sulle audizioni in giro per l’Italia: ha ascoltato magistrati, politici, amministratori, imprenditori e pezzi della società. In moltissimi passi del dossier si fa riferimento a Reggio Calabria come una provincia in cui il giogo mafioso è stringente, vivo e si amplifica in ogni settore. Vi sono preoccupazioni, sia dei commissari che dei loro interlocutori, su come la battaglia contro le ‘ndrine sia in bilico, tutt’altro che vinta in zone periferiche, spesso in cui la presenza dello Stato non è così massiccia come dovrebbe. Si fa riferimento anche all’esiguità di contingenti di forze dell’ordine sul territorio, «comandi locali troppo esigui per intervenire, perché la geografia del potere mafioso non coincide con quella del potere ufficiale, che per decenni ha lasciato così sguarnite le capitali dei clan mafiosi, spesso piccoli paesi: Platì e San Luca, Rosarno (la massima densità di affiliati rispetto alla popolazione) e Limbadi, Volpiano e Buccinasco, San Giuseppe Jato e Casal di Principe, Fino Mornasco e Brescello, solo per fare alcuni nomi». E proprio Rosarno, Palmi, Gioia Tauro, riecheggiano nella relazione, come luoghi in cui la mafia stringe il cappio. Ma vi sono, legati al territorio, anche racconti di imprenditori, sacerdoti, uomini liberi che si oppongono alle pretese dei clan, come Antonino De Masi, Antonio Bartuccio, don Pino De Masi, solo per citarne qualcuno. Una sorta di amaro pessimismo si avverte nell’intervento del Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto di Bella, quando afferma che «l’obiettivo (dell’azione dei giudici, ndr) non è la punizione delle famiglie, ma di aiutare questi ragazzi, di allontanarli per fornire delle alternative culturali, dei parametri valoriali educativi diversi da quelli deteriori del contesto di provenienza nella speranza di sottrarli alla strutturazione criminale o alla definitiva strutturazione criminale. Se si nasce a San Luca, a Bovalino, a Rosarno, a Locri, si ha un nonno ‘ndranghetista, un padre ‘ndranghetista, fratelli ‘ndranghetisti in carcere, una madre intrisa di cultura mafiosa, le possibilità di uscire, di affrancarsi dalle norme parentali sono quasi nulle». Molto ampio, poi, è il capitolo che riguarda il porto di Gioia Tauro, che «è uno dei crocevia del traffico di droga lungo le rotte che dal Sud America si proiettano in Europa. Le cosche egemoni nella Piana controllano le attività di gestione dei servizi interni del porto, dove le cosche possono contare sulle complicità e il supporto di tecnici e i lavoratori per le operazioni di transhipment della droga dai container a terra». Una infrastruttura cruciale per il territorio che, però, vive un momento di crisi terribile, con la prospettiva di lasciare senza reddito centinaia di famiglie. E rimanere disoccupati, in Calabria, significa divenire bersaglio delle lusinghe dei clan, che recitano spesso il ruolo di agenzia di collocamento. Sotto la lente d’ingrandimento della Commissione anche l’ospedale di Gioia, troppo vicino alle mire dei clan. La sanità, si sa, al sud è come la FIAT, la prima azienda, quindi dove ci sono appalti, denaro e consulenze, si presenta, puntuale, la ‘ndrangheta.

La provincia reggina, inoltre, ha il poco invidiabile primato degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose. Sono ben 59 da quando è in vigore la legge, 1991, e tantissimi civici consessi sono stati azzerati nella Piana. I pluri-scioglimenti dei Consigli di Gioia, Taurianova, Seminara, Rizziconi, San Ferdinando, campeggiano nel dossier dell’Antimafia, come monito e memorandum per le classi politiche locali.

Un quadro a tinte fosche sì, ma in fondo all’ampia relazione c’è una speranza, quasi come nel vaso di Pandora. I mali sono usciti, sono inquadrabili e sono stati scandagliati, ma le soluzioni tardano a produrre effetti benefici. C’è, tuttavia, un punto importante: la cultura antimafia, quella della legalità, è in crescita, sebbene alcune associazioni si servissero dell’antimafia di facciata per coltivare il proprio orticello criminale o illegale. I segnali, deboli, di ripresa ci sono, ma devono essere incoraggiati, da istituzioni senza macchia, associazioni pronte a dare battaglia alle ‘ndrine, scuole che la legalità la insegnano e la praticano, e una chiesa, come Papa Francesco ha dimostrato, mai indulgente con i mafiosi.

Domenico Mammola

Nella giornata di ieri,  i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione al decreto di confisca di beni mobili ed immobili, per un valore complessivo di circa 12 milioni di euro, riconducibili al patrimonio di FRASCÀ Domenico, di anni 56 da Roccella Jonica (RC), e del suo nucleo familiare.

FRASCÀ è imprenditore edile ritenuto contiguo alla ‘ndrangheta e, più in particolare, alla “cosca Mazzaferro” di Gioiosa Jonica.

Questi, infatti, è tra i coinvolti nell’operazione “CRIMINE”, nell’ambito della quale l’uomo è stato indagato e successivamente condannato a 2 anni di reclusione per illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso, avendo, in concorso con altri, commesso atti illeciti volti al controllo ed al condizionamento dei lavori relativi all’esecuzione dell’appalto per la realizzazione del tratto della S.S. 106 ricadente nel comune di Marina di Gioiosa Jonica, sulla base di una logica spartitoria dettata dagli equilibri mafiosi esistenti nel territorio sito del cantiere. 

Con CRIMINE, infatti, è stato ben delineato il forte condizionamento esercitato dalle cosche AQUINO e MAZZAFERRO nell’esecuzione dei lavori per la realizzazione del tratto della SS 106 - variante al centro abitato di Marina di Gioiosa Ionica, mediante l’imposizione alla Gioiosa Scarl, aggiudicataria dell’appalto, di proprie imprese di riferimento. Tra queste la TRA-EDIL FRASCÀ S.r.l., riconducibile al FRASCÀ Domenico, subentrata ad altra ditta all’indomani di due danneggiamenti subiti dalla Gioiosa Scarl.

Il provvedimento ablatorio costituisce l’esito conclusivo di una proposta avanzata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia sulla scorta delle risultanze investigative patrimoniali dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Calabria, che hanno consentito di portare alla luce le illecite accumulazioni patrimoniali dell’imprenditore. La confisca, nel dettaglio, ha riguardato i seguenti beni riconducibili a lui ed al suo nucleo familiare:

–        1 villa di 11 vani con annesso garage ubicata in Roccella Jonica;

–        4 terreni siti nell’agro del Comune di Roccella Jonica;

–        3 società operanti nel settore dell’edilizia;

–        3 veicoli industriali;

–        1 motociclo;

–        Svariati rapporti bancari, titoli obbligazionari, polizze assicurative riconducibili ai destinatari del provvedimento.

Il tutto, per un valore complessivo ammontante a circa 12 milioni di euro, sarà immesso nella disponibilità dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

Beni mobili e immobili per un valore di oltre 500 mila euro sono stati confiscati dalla Guardia di finanza di Catanzaro a Luciano Trovato ritenuto collegato alla cosca di 'ndrangheta dei Giampà di Lamezia Terme.
    Il provvedimento è stato emesso dal tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura della Repubblica del capoluogo.
    Trovato, coinvolto assieme ai fratelli in operazioni di polizia contro la criminalità organizzata, è stato in precedenza condannato per porto abusivo di armi, rapina, violazione di domicilio e violenza sessuale di gruppo. Le indagini dei finanzieri hanno messo in evidenza una sproporzione tra i beni risultati nella effettiva disponibilità di Trovato e il suo tenore di vita tenuto conto dei redditi dichiarati e delle attività economiche ufficialmente svolte.
    La confisca riguarda otto unità immobiliari a Lamezia Terme e quote di partecipazione in attività imprenditoriali.

Sono 27 le persone destinatarie del provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Reggio Calabria che sta eseguendo personale della Dia e del Comando provinciale della Guardia di finanza. Sono in esecuzione, inoltre, sequestri di imprese, beni immobili e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di 100 milioni di euro. Tra i beni sequestrati ci sono, tra l'altro, 51 imprese. Contemporaneamente, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, si stanno eseguendo ulteriori provvedimenti restrittivi e di sequestro. Alle persone destinatarie dei provvedimenti di fermo vengono contestati, a vario titolo, reati che vanno dall'associazione mafiosa e dall'usura al reimpiego di denaro, beni ed utilità di provenienza illecita. Sulle due operazioni alle 11 nel palazzo di giustizia di Firenze é fissata una conferenza stampa cui parteciperanno il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ed i Procuratori del capoluogo toscano e di Reggio Calabria, Creazzo e Paci.

'Ndrangheta, catturato in Uruguay il boss Rocco Morabito

E' stato catturato in Uruguay il boss della 'ndrangheta Rocco Morabito, 51enne, latitante da 25 anni. Lo rendono noto fonti locali, riprese dai media di Montevideo. Morabito era inserito fra i cinque latitanti più pericolosi. Deve scontare una condanna a 30 anni per associazione per delinquere legata al narcotraffico.

    Morabito è stato preso in un hotel a Montevideo ma viveva nella località di Punta del Este e, precisano le fonti, aveva un documento falso brasiliano con il quale aveva poi ottenuto la carta d'identità uruguaiana. Nato ad Africo, in provincia di Reggio Calabria, nell'ottobre del 1966, Morabito viveva in Uruguay da una decina d'anni. Il 'boss' della 'ndrangheta sarà estradato in Italia, rende d'altra parte noto il ministero degli Interni di Montevideo, ricordando che insieme a lui è stata arrestata una donna angolana con passaporto portoghese che, precisano le fonti, sarebbe la moglie di Morabito. Nelle operazione che hanno portato all'arresto la polizia uruguaiana ha confiscato tra l'altro 13 cellulari, una pistola, 12 carte di credito, assegni in dollari e 150 foto carnet con il viso del detenuto.
   

Trentasei persone, tra capi e gregari, affiliati alla cosca di 'ndrangheta facente capo alla famiglia Marrazzo, attiva nella provincia di Crotone e con ramificazioni nella provincia di Cosenza e in Lombardia sono state arrestate in un'operazione congiunta di carabinieri e polizia. I reati contestati sono:omicidio, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, favoreggiamento, ricettazione e numerosi delitti in materia di armi. Nell'ambito dell'operazione, denominata 'six towns' sono anche stati sequestrati numerosi beni immobili e automezzi nella disponibilita' di capi e affiliati. I dettagli saranno resi noti in una conferenza stampa che si terra' alle 11 presso la procura della Repubblica di Catanzaro, presieduta da Nicola Gratteri, e da Vincenzo Luberto.(AGI)

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