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Aggiornato ilVen, 06 Dic 2019 1pm

ARTICOLO ESTRATTO DAL 2° NUMERO DI TERRA DI MEZZO, MENSILE CARTACEO DI ZMEDIA. Giugno 2014

Rosarno va in tv, e come spesso capita non ci fa una bella figura. Al centro delle tante , ed anche alcune strumentali polemiche, è finito pure il parroco Don Memè Ascone. Il religioso una vita a tirare la carretta di pastore di anime nella periferia popolosa delle “casenuove” di Rosarno, alla guida della parrocchia di Maria SS Addolorata , è stato criticato per lo spezzone di una sua intervista , finito nel servizio di Luigi Pelazza delle Iene. Nella nota trasmissione di prime time di Italia Uno, Don Memè figura inserito nell’appendice dedicata a Rosarno , come paese di ndrangheta , nell’ampio report del giornalista sul porto di Gioia Tauro controllato, a parere di Pelazza, dalle ‘ndrine. Il servizio ha provocato un vespaio di polemiche, perché secondo molti, tra politici e non, Don Ascone avrebbe utilizzato argomenti lontani dallo sdegno e dal biasimo verso le consorterie criminali. E’ stato anche chiesto , in un’ampia discussione alimentata sui social network , l’allontanamento del parroco dalla sede rosarnese. Don Memè, comunque, ha voluto raccontare la sua verità, in ordine a come è andata l’intervista con la Iena Pelazza, ed esplicare la sua concezione della ‘ndrangheta.

Don Memè, grazie per aver accettato di parlare con noi innanzitutto. Come ben sa in questi giorni è stato al centro di un acceso dibattito in merito alle dichiarazioni rilasciate al programma televisivo di Italia 1.  La domanda  sorge spontanea : il servizio andato in onda riporta esattamente quanto dichiarato?

Grazie a voi per l’occasione che mi state concedendo. Inizio col dire che ciò che è stato visto in tv è solo una piccolissima parte della mia intervista, difatti ci sono tanti forse troppi passaggi tagliati e montati ad arte in modo da dare una diversa prospettiva delle cose.

Quindi lei sta dicendo che molte delle dichiarazioni in cui si capiva e si spiegava il vero significato delle sua parole, sono state tagliate….

Lo posso dire con certezza. Lo scopo evidentemente era sin da subito farmi passare per quello che non sono…  insomma di far notizia. Don Memè è un prete, e basta essere preti per essere contro la mafia. E’ la mia storia che parla non quell’intervista, io ho sempre lottato contro  il male e la mafia, che da noi preti e Vescovi è scomunicata, e qualora determinati personaggi “malavitosi” dovessero entrare in contatto con la chiesa è perché le nostre porte sono sempre aperte ad accogliere tutti, sperando che cambino vita e si ravvedano dal male che compiono, perché ciò che fanno ricade su tutti. Quando si dice che Rosarno è un paese mafioso lo si dice per colpa di questa gente che infanga il paese, ma ogni posto ha “le sue pecore nere”.

Come si dice “non bisogna fare di tutta l’erba un fascio”. Con quanto detto prima “ è la mia storia che parla”, a cosa si riferisce in particolare?

Anni fa sono stato vittima di intimidazioni mafiose. Una mattina infatti mi ritrovati la macchina crivellata da colpi di lupara, per questo mi sento di ripetere che è la mia storia a parlare e non un servizio televisivo, chi conosce Don Memè sa anche le battaglie che ha fatto.

Battaglie che continuerà anche d’ora in avanti a dispetto di quanto dicono i suoi detrattori?

Finchè c’è la salute e l’aiuto del Signore io sarò qui, si deve dare una mano alla nostra città e alla Calabria, che hanno tanto bisogno di persone e di giovani capaci e con grandi ideali per uscire da questa miseria morale spirituale ed economica, indipendentemente dalla classe politica, il male va sconfitto , la mafia deve essere distrutta, i politici però devono essere d’aiuto mettendosi una mano sulla coscienza senza pensare unicamente “ai fatti loro” , senza rubare , ma pensando ai problemi dei giovani , allo sviluppo di queste nostre zone disastrate . Per me la politica è una missione , bisogna amare la terra e la gente, se non si ha quest’amore non si può fare una politica con la P maiuscola.  Ed il mio augurio va a tutti i giovani che come voi si impegnano ogni giorno in qualcosa di buono.

A prescindere dal merito della vicenda “IENE VS DON MEME’”, c’è da notare che in tutta questa storia il vero protagonista è stato il mezzo. La televisione ancora una volta riesce a creare discussione, amplifica le differenze, costruisce figure vere o verisimili . La cosa più curiosa da notare è che i rosarnesi conoscono Don Memè Ascone da oltre un trentennio, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma sono bastati poco più di 120 secondi per aprire una discussione sociologica senza precedenti, sulla sua figura. Basta vedere in tv qualcosa e tutto riesce ad essere amplificato, facendo scattare la famosa sindrome del commento, che ci ha resi famosi in tutto il mondo, come 60 milioni di esperti di calcio, politica e ultimamente calabresi esperti di ‘ndrangheta e armi chimiche. E poi è impressionante notare come cambi la percezione delle cose, e come la televisione diventi, a seconda della latitudine, vicinanza o lontananza da noi, amplificatrice di verità o menzognera. E’ stato così anche stavolta. Le Iene, o come qualunque altro programma di approfondimento o retroscena, viene assunto acriticamente come Bibbia quando tratta di vicende lontane dalla percezione calabro-locale, ma viene bollato come mezzo di distorsione quando racconta vicende che conosciamo empiricamente. Un po’ di sano approccio critico potrebbe essere la ricetta giusta per evitare di sbalordirci i indignarci a secondo del nostro umore o della vicinanza fisica agli eventi raccontati.

In fondo alla pagina il video delle Iene.

Giada Zurzolo

 

Sebastiano Mazzei, latitante ricercato per associazione mafiosa e a capo dell'omonimo clan, e' stato arrestato dalla polizia a Ragalna, in provincia di Catania. Figlio di Santo Mazzei, detenuto in regime di 41 bis e legato all'area stragista dei Corleonesi di Leoluca Bagarella. Mazzei si nascondeva in una villa dotata di tutti i comfort e non in un bunker o scantinato. Era latitante dall'aprile del 2014 quando sfuggì al blitz 'Scarface' della guardia di finanza di Catania. Sul suo capo pendono da tempo accuse pesanti: associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazioni fittizia di beni e traffico di droga. Il secondo ordine di arresto e' dell'8 luglio 2014 quando Dia e Carabinieri di Randazzo eseguirono l'operazione antimafia "Ippocampo". In quell'indagine il boss era accusato di associazione mafiosa e traffico di droga in collegamento con organizzazioni criminali calabresi della Piana di Gioia Tauro.

Il corpo di Fiore Gentile, 54 anni, considerato elemento di spicco della criminalità organizzata di Isola Capo Rizzuto è stato ritrovato nelle campagne della cittadina in provincia di Crotone. L’uomo, ucciso a colpi d’arma da fuoco, era stato condannato nel processo contro le cosche di Isola denominato Ghibli a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa. Il corpo di Gentile è stato scoperto da due uomini che hanno avvertito i carabinieri, giunti immediatamente sul posto. Gentile era stato condannato altresì in primo grado alla pena di  22 anni di reclusone per l’omicidio di Pasquale Nicoscia, avvenuto a Isola Capo Rizzuto l’11 dicembre del 2004 nel corso di una guerra di mafia tra i clan Arena e Nicoscia, sentenza poi ribaltata in appello.

 Un bunker è stato scoperto a Bovalino dai carabinieri del gruppo di Locri. Secondo gli inquirenti il bunker sarebbe nella disponibilità della cosca della 'ndrangheta dei 'Pelle-Vottari'. In particolare il nascondiglio sarebbe stato utilizzato durante la faida di San Luca che vedeva contrapporsi di Pelle-Vottari con i Nirta-Strangio. Nella struttura i carabinieri hanno trovato un silenziatore per pistola, sostanza da taglio per la droga, marijuana e cartucce caricate a pallettoni.

Nelle prime ore di oggi 18 marzo 2015 i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Cosenza e personale della Squadra Mobile della Questura di Cosenza hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di RANGO Maurizio, 38 anni, e di BRUZZESE Franco, 47 anni, ritenuti “reggenti” della cosca di ‘ndrangheta “Rango-Zingari”, egemone in provincia di Cosenza, poiché gravemente indiziati per i reati di concorso in omicidio pluriaggravato, porto e detenzione illegale di armi e occultamento di cadavere, tutti aggravati dalle metodologie mafiose, in danno di BRUNI Luca, di cui si sono perse le tracce il 03 gennaio 2012.

I provvedimenti sono stati emessi sulla scorta delle indagini coordinate dal Procuratore LOMBARDO, dai Procuratori Aggiunti LUBERTO e BOMBARDIERI e dal Sostituto Procuratore BRUNI e condotte dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo e dalla Squadra Mobile.

L’attività d’indagine veniva avviata a seguito della denuncia di scomparsa di BRUNI Luca, avvenuta il 03.01.2012, poco prima scarcerato e assurto a ruolo verticistico del proprio gruppo a seguito della prematura scomparsa di suo fratello Michele, che stava tentando di organizzarsi per ampliare il raggio d’azione degli interessi illeciti della propria cosca, evidentemente in contrasto con gli accordi già stabiliti da un “patto” intercorso tra la cosca dei c.d. “italiani” con quella dei c.d. “zingari”, la prima capeggiata da LANZINO Ettore e verso la quale lo stesso BRUNI nutriva un forte risentimento ritenendola “storicamente” responsabile della morte di suo padre Francesco, inteso come “bella bella”, e la seconda retta, nel periodo storico di riferimento, da BRUZZESE Franco.

In particolare la prolungata attività d’indagine, che ha beneficiato anche del contributo di alcuni collaboratori, da ultimo FOGGETTI Adolfo, consentiva di raccogliere gravi e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti degli arrestati che in concorso tra loro, con premeditazione ed al fine di agevolare l’attività delittuosa della cosca mafiosa di riferimento, attiravano la vittima in un tranello, ordito facendogli credere di partecipare a un incontro al vertice dell’organizzazione mafiosa con gli allora latitanti LANZINO Ettore e PRESTA Franco e ne cagionavano la morte esplodendo al suo indirizzo imprecisati colpi d’arma da fuoco e successivamente occultandone il cadavere, recentemente rinvenuto.

LAMANNA Daniele, 40 anni, esponente di spicco del citato gruppo criminale, destinatario del medesimo provvedimento, resosi irreperibile, risulta attivamente ricercato.

Cosimo Cherubino, ex consigliere regionale della Calabria è stato condannato a 12 anni di reclusione da parte del Tribunale di Locri nell’ambito del processo “Falsa Politica”. Il collegio giudicante presieduto dal dott. Alfredo Sicuro ha quindi accolto in pieno le richieste della Procura Distettuale Antimafia di Reggio Calabria rappresentata dal Pubblico Ministero Antonio De Bernardo. Cherubino, condannato per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, è ritenuto uomo di fiducia della cosca di ndrangheta dei Commisso di Siderno all’interno dei palazzi della politica calabrese. Condannati anche l’ex consigliere comunale di Siderno Domenico Commisso (nove anni e sei mesi), Rocco Tavernese (nove anni e sei mesi) Rocco Damiano Tavernese e Giovanni Verbeni (dieci anni e sei mesi per entrambi). Il Tribunale di Locri ha invece assolto l’ex assessore del comune di Siderno Antonio Commisso per il quale l’accusa aveva chiesto la condanna a 12 anni di reclusione, e Rocco Commisso (nove anni la richiesta di pena).

Rosarno (Reggio Calabria). Una vasta operazione della Polizia di Stato per il controllo integrato del territorio è in corso a Rosarno. Sono impiegati allo stato di oltre cento agenti. In particolare i poliziotti stanno effettuando perquisizioni e controlli con l'impiego di unità cinofile e elicotteri del Reparto Volo. All'operazione partecipano altresì anche 20 equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine, specializzati nelle attività di perlustrazione del territorio.

Dichiarazioni pesanti e che certo fanno riflettere quelle rilasciate dal Procuratore Distrettuale di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho al termine di un incontro tenutosi presso l’Università Mediterranea. Secondo il numero uno della DDA reggina infatti, i terroristi islamici potrebbe avere delle basi anche in Calabria, ed in particolare in provincia di Reggio grazie alla ndrangheta. Secondo De Raho “frange terroristiche possono avere nel nostro territorio basi logistiche che tendono soprattutto ad eseguire coperture anagrafiche e materiali con ospitalità in aziende agricole od in altri luoghi controllati dalla ndrangheta”, per il procuratore comunque “ è difficile pensare invece a gesti eclatanti del terrorismo in questo territorio che è così capillarmente controllato dalla ndrangheta che sappiamo ama la sommersione”. De Raho comunque mette in guardia e spiega i motivi che potrebbero esserci alla base di un accordo tra ndrangheta e terroristi “è pericoloso il territorio per l’esposizione che può avere ad offrire ospitalità  in cambio di droga e altro”.

Il video integrale dell'intervista a Federico Cafiero De Raho è pubblicato sul sito del Fatto Quotidiano.

I Piromalli nella Piana, De Stefano, Condello, Libri e Tegano a Reggio Calabria ed i Mancuso a Limbadi. Sono queste le cosche di ndrangheta egemoni secondo quanto riportato nella Relazione semestrale della Dia al Parlamento, che riguarda il primo semestre del 2014. Ma non solo Calabria, secondo la relazione infatti “L’interesse imprenditoriale della ndrangheta costituisce l’elemento caratterizzante che da tempo si è esteso dal territorio calabrese verso altre regioni, rendendo necessario acuire il livello di vigilanza”.  A conferma di ciò vi sarebbero sequestri e confische di beni riconducibili ai clan calabresi, che hanno riguardato anche altre regioni, e per la Dia “costituiscono il riscontro oggettivo sugli ormai sperimentati meccanismi che conducono, attraverso la fase di accumulazione finanziaria, a sistematiche iniziative volte al riciclaggio e al reimpiego di capitali sui circuiti economico-imprenditoriali”.

 La Relazione specifica altresì come la ndrangheta, attraverso una “consolidata rete di relazioni”, abbia “la capacità di infiltrare settori della politica, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria e che il quadro della minaccia proveniente dalla criminalità calabrese si completa con il potenziale economico delle cosche che consente di orientare, con successo, i propri interessi verso i circuiti economici”.  

In particolare “gli episodi di condizionamento che affliggono gli enti locali calabresi  sono diventati una ciclica emergenza che perdura da tempo e che pone, anche nell’anno in corso, la Calabria quale regione interessata dal più alto numero di provvedimenti di scioglimento di Comuni per infiltrazione mafiosa: sono state commissariate quattro amministrazioni comunali”. “Sempre in tema di irregolarita’ amministrativa negli enti pubblici calabresi – prosegue la Relazione – nel semestre in esame si registra la sentenza di condanna in primo grado – 6 anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici – del presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, ritenuto responsabile di abuso d’ufficio e falso in bilancio durante il periodo in cui era sindaco di Reggio Calabria, nonche’ di tre componenti del Collegio dei revisori dei conti di quel Comune”.  Sul rapporto tra ndrangheta e politica la Dia cita  l’operazione “Breakfast” che ha portato all’arresto di 7 persone tra le quali l’ex ministro Claudio Scajola, indagato per procurata inosservanza di pena nei confronti dell’armatore reggino ed ex parlamentare Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e latitante negli Emirati Arabi.

La relazione indica altresì dettagliatamente come le cosche calabresi si siano suddivise il territorio ed in particolare la provincia di Reggio Calabria, divisa in tre “mandamenti” di cui si compone l’organo direttivo delle cosche, la “Provincia”. Riguardo al mandamento Tirrenico, la Dia sottolinea come il porto di Gioia Tauro si confermi il luogo di transito della cocaina proveniente dal Sud America ed i Piromalli siano la cosca di rilievo nella Piana. Nel mandamento centro confermata la “posizione di supremazia, sulla citta’ di Reggio Calabria, delle storiche cosche cittadine De Stefano, Condello, Libri e Tegano”. Tuttavia, per la Dia “non può trascurarsi una potenziale situazione di fermento, evidenziatasi con due attentati dinamitardi che, l’11 febbraio e il 2 marzo 2014 hanno interessato un noto bar in fase di ristrutturazione con un altro analogo evento, del 3 marzo 2014, ai danni di una gastronomia ubicata in pieno centro”. In provincia di Crotone, la Dia evidenzia come “la geografia criminale del territorio sarebbe in parte mutata dalla nascita del nuovo crimine nel comune di Cutro, riconducibile alla famiglia Grande Aracri che avrebbe assunto il controllo di tutte le attività illecite a nord della regione”. Nel vibonese confermato, invece, il ruolo egemone dei Mancuso di Limbadi nonostante la cosca “sia stata interessata da diverse attività investigative, con conseguente emissione di più provvedimenti di natura cautelare, che ne hanno indebolito la struttura”.

Secondo la relazione della Dia, per contrastare tutte le mafie è necessario  "che si affermi in via definitiva un approccio alle indagini antimafia che miri a privare le organizzazioni criminali della propria linfa vitale, attraverso il sistematico ricorso al sequestro e alla confisca degli assetti economici, finanziari e patrimoniali di origine delittuosa. In quest'ottica la strategia di aggressione ai patrimoni illeciti accumulati e gestiti dalla criminalità organizzata non può prescindere dallo sviluppo di indagini economico-finanziarie imperniate sulla individuazione dei canali utilizzati per la ripulitura del denaro sporco".

Beni per circa tre milioni di euro riconducibili al clan di 'ndrangheta Patania di Stefanaconi sono stati sequestrati questa mattina dai carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia. Tra i beni sottoposti a sequestro figura un noto locale di rivendita di prodotti alimentari ed una struttura adibita ad albergo. Il provvedimento è stato emesso dal Gip su richiesta della Dda di Catanzaro. I beni sono riconducibili a esponenti di spicco della 'ndrina ritenuti responsabili di associazione mafiosa, omicidi, usura, estorsione e danneggiamento commessi con l'aggravante dei modi mafiosi. Il sequestro giunge a conclusione delle indagini dei carabinieri che avrebbero evidenziato la sproporzione tra il valore dei beni oggetto di sequestro e i redditi dichiarati dagli indagati. Inoltre è stata ricostruita la riconducibilità dei beni all'attività della cosca quale "prezzo, prodotto o profitto" dell'attività delittuosa.

Il sequestro costituisce il seguito delle operazioni "Gringia", "Dietro le quinte" e "Romanzo Criminale" con le quali i carabinieri hanno fatto luce su una sanguinosa faida di 'ndrangheta caratterizzata da 5 omicidi e 6 tentati omicidi che ha visto contrapposti i Patania - appoggiata dal più potente locale di 'ndrangheta dei Mancuso - e la "Società di Piscopio", gruppo emergente che, secondo gli investigatori, si è reso insofferente all'egemonia del "locale" di Limbadi. Nello specifico, a conclusione dell'attività investigativa, erano stati eseguiti 22 decreti di fermo e 25 ordinanze di custodia cautelare. Il provvedimento riguarda su immobili di pregio ad uso abitativo e commerciale riconducibili a 6 esponenti di rilievo della cosca. Tra questi c'è anche un fabbricato a Stefanaconi che ospita, oltre ad un distributore di benzina, anche un albergo con annesso ristorante.

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