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Aggiornato ilSab, 14 Dic 2019 10am

Gli interventi in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario confermano e rafforzano la convinzione che ormai la 'ndrangheta è fenomeno nazionale, si alimenta di un uso distorto del  capitale finanziario, allarga in modo impressionante i confini della propria azione e dei propri interessi, diventa globale nella gestione degli affari e dei traffici.

Ma se tutto ciò è vero ed anzi trova conferma oggettiva ed unanime, è ancora più vero, come ha affermato il Procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho, che la ndrangheta, nella sua forma di struttura unitaria, ha nella provincia di Reggio Calabria il motore di ogni iniziativa criminale e di malaffare e la testa pensante di ogni proiezione nazionale e internazionale. Le cosche che operano nella provincia di Reggio Calabria hanno acquistato una loro forza ed anche un "prestigio" internazionale grazie alla loro capacità di investire capitali e avere autonomamente rapporti nel mercato della cocaina. Del resto, ciò è anche dovuto al fatto che a Gioia Tauro si trova il più grande porto di trashpment del Mediterraneo verso cui la ndrangheta ha sempre prestato attenzione  utilizzandolo per i loro affari illeciti. Questa è l'attività principale della ndrangheta. Dalla cocaina, dunque, nascono i capitali necessari per controllare l'economia, diventando impresa e, infine, capitale finanziario. Per questo ha ragione Cafiero de Raho quando afferma che la struttura militare della ndrangheta è servente rispetto a quella economico-imprenditoriale," fatta non solo di imprenditori collusi, ma anche di commercialisti, avvocati, professionisti, che la sostengono, l'agevolano, la consigliano". Cioè,  aggiungiamo noi, quella cosiddetta borghesia mafiosa che è radicata nel territorio e che rappresenta uno degli strumenti più perversi attraverso cui si rafforza la ndrangheta.

Raccogliamo, dunque, anche l'appello di Cafiero de Raho quando sottolinea che pochi hanno il coraggio di denunciare e tanti invece preferiscono essere schiavi di questo sistema criminale. Anche per questo ritorniamo a chiedere al Governo ed in particolare al ministro Alfano che in più occasioni lo aveva promesso, il rafforzamento degli organici in tutte le Procure della provincia e calabresi, una maggiore dotazione di uomini e tecnologie per affrontare con più forza la battaglia contro la ndrangheta che rischia di soffocare la già debole economia pulita calabrese e di intere aree del Nord.

 

             Mimma Pacifici                                                                                           Nino Costantino

Segretaria generale CGIL Reggio-Locri                                  Segretario generale CGIL Piana Gioia Tauro

Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario a Reggio Calabria, parlando di ndrangheta ha a chiare lettere affermato "Le cosche della provincia di Reggio Calabria rimangono centrali nella struttura complessiva e da esse bisogna partire per ricostruire l'albero della ndrangheta. Le cosche della provincia di Reggio Calabria sono la "casa madre", cui tutte le altre fanno riferimento".

"La ndrangheta calabrese - ha proseguito Cafiero De Raho - è, sul piano internazionale, la più attiva, con particolare riferimento al traffico di sostanze stupefacenti. Il racket è attività presente oltre ogni soglia di tollerabilità, eppure, si contano sulle dita di una sola mano le persone offese che ricorrono alla polizia giudiziaria e alla magistratura per difendere i propri diritti, la propria dignità, sociale e umana, la propria libertà. Si preferisce essere schiavi del sistema criminale piuttosto che denunciare"

Era stato scarcerato lo scorso ottobre dopo aver scontato undici anni di reclusione Diego Mancuso, 62 anni, conosciuto come 'Mazzola' e ritenuto figura di spicco dell'omonima cosca di ndrangheta di Limbadi (Vibo Valentia).

Diego Mancuso dopo essere stato scarcerato (era stato condannato nel processo denominato “Dinasty” ) era sottoposto misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e con il divieto di frequentare pregiudicati. I carabinieri lo hanno sorpreso con persone già note alle forze dell'ordine e per tale ragione è stato tratto in arresto.

Arrestati tre elementi di spicco della ndrangheta e sequestrati beni per un valore di oltre cento milioni di euro. Questi i risultati conseguiti dall’operazione eseguita questa mattina dalla Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Gli arrestati sarebbero elementi di vertice dell'‘ndrangheta calabrese appartenenti alle ‘ndrine Palamara, Scriva, Mollica e Morabito, operanti nel settore jonico della provincia di Reggio Calabria e con ramificati interessi criminali e imprenditoriali nella zona Nord della provincia di Roma. Gli arrestati sono accusati a vario titolo di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso, reati commessi per favorire l’associazione mafiosa per il controllo delle attività illecite sul territorio. Tra le attività sequestrate dalla polizia una gioielleria compro oro, un’azienda di allevamento di bestiame, macellazione carni e produzione di latticini, un negozio di ottica nonché numerosi conti correnti bancari e diversi immobili, per un valore complessivo che supera i cento milioni di euro. I dettagli dell’operazione ed i nomi degli arrestati saranno illustrati in una conferenza stampa che si terrà alle 11 in Questura.

Più di due secoli di carcere sono stati richiesti, per i ventisette imputati, dal Pubblico Ministero della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, Marisa Manzini nel processo "Luce nei boschi" che vede alla sbarra presunti affiliati alla ndrangheta delle Preserre vibonesi. Le pene più alte da parte della Procura del capoluogo calabrese nell’ambito del  processo "Luce nei boschi" che si sta celebrando innanzi al Tribunale di Vibo Valentia sono state richieste per i fratelli Bruno (28 anni) e Gaetano Emanuele (26 anni) accusati di associazione mafiosa (capi e promotori dell'omonimo clan), traffico di droga, estorsioni, rapine e detenzione di armi. Venti anni è invece la richiesta per Antonio Altamura, ritenuto il capo storico del "locale di Ariola", frazione di Gerocarne, mentre 8 anni e 6 mesi è la richiesta di pena per l'ex sindaco di Gerocarne Michele Altamura, nipote del presunto boss, ed accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Queste le altre richieste: 8 anni a testa per Rocco Loielo, Antonio Gallace, Vincenzo Taverniti, Nazzareno Altamura, Michele Rizzuti, Antonio Condina, Francesco Maiolo e per l'imprenditore dl calcestruzzo Giuseppe Prestanicola di Soriano Calabro.

Quindici anni a testa per Giovanni Loielo e Francesco Capomolla, 10 anni e 6 mesi Leonardo Bertucci, 9 anni e 6 mesi Francesco Taverniti, 14 anni ciascuno Franco Idà e Vincenzo Bartone, 17 anni Pasquale De Masi, 2 anni a testa Giuseppe De Girolamo, Rocco Santaguida, Girolamo Macrì, Roberto Codispoti e Bruno Zungrone, 3 anni ciascuno Giuseppe Nesci e Giuseppe Gentile, 4 anni Domenico Falbo.

"Il documento diffuso dalla Conferenza Episcopale Calabrese costituisce un coraggioso e lucido monito a rifiutare la cultura della criminalità organizzata partendo dai valori morali e civili della tradizione cristiana. Questa ennesima dichiarazione dei vescovi calabresi, in linea con le rigorose parole di Papa Francesco, rafforzerà certamente la fiducia da parte dei tanti calabresi che si impegnano coerentemente per la legalità e la giustizia negli ambiti ecclesiali, sociali e politici e soprattutto darà un forte impulso ad una nuova generazione di cattolici calabresi ai quali spetta il compito di portare linfa vitale alla ricostruzione morale e materiale della Calabria". Lo dichiara in una nota l'On. Lorenzo Dellai, esponente di Democrazia Solidale e presidente del gruppo parlamentare 'Per l'Italia-Centro Democratico' alla Camera.

Con una nota pastorale,  presentata stamani a Reggio Calabria dal presidente e dal vice presidente della Conferenza Episcopale Calabria mons. Salvatore Nunnari e mons. Francesco Milito, i Vescovi Calabresi prendono una dura e netta presa di posizione contro la ndrangheta che “è contro la vita dell'uomo e la sua terra. E', in tutta evidenza, opera del male e del Maligno". Nella nota “Testimoniare la verità del Vangelo" si legge infatti  " Attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi e di formule che scimmiottano il sacro, si pone come una forma di religiosità capovolta, sacralità atea e negazione dell'unico vero Dio. "La 'ndrangheta è un'organizzazione criminale fra le più pericolose e violente. Essa si poggia su legami familiari, che rendono più solidi sia l'omertà, sia i veli di copertura. Utilizzando vincoli di sangue, o costruiti attraverso una religiosità deviata, nonché lo stesso linguaggio di atti sacramentali (si pensi alla figura dei 'padrini'), i boss cercano di garantirsi obbedienza, coperture e fedeltà. Lì dove attecchisce e prospera svolge un profondo condizionamento della vita sociale, politica e imprenditoriale nella nostra terra".

"Con la forza del denaro e delle armi - sostengono ancora i vescovi calabresi - esercita il suo potere e, come una piovra, stende i suoi tentacoli dove può, con affari illeciti, riciclando denaro, schiavizzando le persone e ritagliandosi spazi di potere. E' l'antistato, con le sue forme di dipendenza, che essa crea nei paesi e nelle città. È l'anti-religione, insomma, con i suoi simbolismi e i suoi atteggiamenti utilizzati al fine di guadagnare consenso. È una struttura pubblica di peccato, perché stritola i suoi figli". "L'appartenenza ad ogni forma di criminalità organizzata - è scritto nella pastorale - non è titolo di vanto o di forza, ma titolo di disonore e di debolezza, oltre che di offesa esplicita alla religione cristiana. L'incompatibilità non è solo con la vita religiosa, ma con l'essere umano in generale. La 'ndrangheta è una struttura di peccato che stritola il debole e l'indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale".

"La Calabria - concludono i Vescovi - è una terra meravigliosa, ricca di uomini e donne dal cuore aperto ed accogliente, capaci di grandi sacrifici. D'altra parte, però, la disoccupazione, la corruzione diffusa, una politica che tante volte sembra completamente distante dai veri bisogni della gente, sono tra i mali più frequenti di questa nostra terra, segnata, anche per questo, dalla triste presenza della criminalità organizzata, che le fa pagare un prezzo durissimo in termini di sviluppo economico, di crisi della speranza e di prospettive per il futuro"

Il figlio è gay ed il padre potente boss della ndrangheta lo voleva uccidere. A raccontare l’episodio, in un’intervista a Klaus Davi per il programma KlausCondicio è il Procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, già pubblico ministero a Reggio Calabria. Il magistrato ha infatti rivelato come il ragazzo omosessuale sia "salvo grazie alla madre. Ma se fosse stato per il padre, per un ragazzo di Reggio Calabria, figlio di un potente boss locale, non ci sarebbe stato scampo. Motivo? Il padre aveva scoperto che l'erede frequentava chat gay. Essere omosessuale per un 'ndranghetista ancora oggi è causa di vergogna, soprattutto se si è figli di un capo clan".

Prestipino ha altresì aggiunto "Sono a conoscenza di una vicenda in Calabria in cui un boss con un figlio dall'orientamento sessuale diverso, dopo un momento molto critico, ha lasciato che il giovane continuasse a vivere la sua vita normalmente. E questo non grazie a un grado di emancipazione delle 'ndrine - spiega Prestipino - ma per un deciso intervento della madre. Se non fosse stato per lei il ragazzo sarebbe stato ucciso. Il figlio ora fa la sua vita, frequenta la scuola e nessuno l'ha mai toccato, nonostante tutti sappiano che è gay e frequenti chat per omosessuali. Quando si dice che c'è maschilismo, patriarcalità, la realtà è molto più complessa. Per uno che nella sua vita ha scelto non solo di essere mafioso ma anche di essere capo, rinunciare a fare del figlio maschio la propria appendice all'esterno o a dare la figlia femmina in matrimonio al figlio dell'altro boss per rafforzarsi ulteriormente, come succede in Calabria, non è una cosa semplice. Scoprire che il proprio eredè è gay poi? Ma c'è una forza antagonista che interagisce, che ti fa rinunciare, che è la forza di cui è portatrice la madre. Uccidere il figlio gay - rivela l'attuale procuratore aggiunto di Roma nel corso dell'intervista a Klaus Davi - avrebbe comportato enormi rischi per la cosca in questione". Prestipino cita un precedente, il caso della famiglia Impastato: "C'era un padre che era un boss mafioso, uomo d'onore nella famiglia di Cinisi e vicino a Badalamenti. Anche sua moglie veniva da una famiglia di boss ma c'erano i figli che non erano mafiosi. Quando lei è diventata protagonista attiva antimafia? Quando le hanno ammazzato il figlio, non perché era gay, in questo caso. L'opposizione di una madre all'assassinio del figlio può fare la differenza".

Il magistrato ha specificato come l'omosessualità fra ndranghetisti e mafiosi sia più diffusa di quanto si pensi: "Quando stavo a Palermo sapevamo di diversi boss che frequentavano trans pur spacciandosi per 'super-machi'. Gli incontri tra mafiosi e transessuali documentati erano frequenti, ma con nessuna rilevanza per le nostre indagini".

L'intervista, andata in onda oggi e visibile su YouTube al link www.youtube.com/klauscondicio, è stata registrata quando Prestipino era ancora a Reggio Calabria.

Giovanni Mancuso, 73 anni, di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, condannato nel maggio 2013 a 6 anni di reclusione per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso nel maxi-processo "Genesi" che aspetta ancora la fissazione dell'appello ed imputato dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo nel processo "Black money" con l'accusa di aver diretto, organizzato e promosso, insieme ai fratelli Pantaleone ed Antonio, "l'intera organizzazione criminale di Limbadi" è stato scarcerato dal Tribunale della Libertà di Catanzaro. Giovanni Mancuso, che era detenuto dal 7 marzo 2013, ha lasciato nelle prime ore della mattinata il carcere napoletano di Secondigliano per far rientro nella sua abitazione di Limbadi dove resterà in regime di arresti domiciliari.

Il Tribunale della Libertà del capolugo della Calabria ha accolto l'istanza dell'avvocato Giuseppe Di Renzo, difensore di Mancuso, stabilendo il principio che l'età avanzata e le condizioni di salute non ottimali di Mancuso sono preminenti rispetto alle esigenze cautelari in carcere. Sul punto il Tdl ha quindi "sconfessato" la decisione del Tribunale collegiale di Vibo Valentia che in precedenza aveva respinto la richiesta di "domiciliari" per Mancuso motivandola con il fatto che la contestazione di essere un "promotore ed un capo" dell'omonimo clan non permetteva una custodia cautelare diversa da quella del carcere.


Editoriale di Angelo Zurzolo su Terra di Mezzo da oggi in edicola.

Razzisti e mafiosi? Coppola in testa, fucile a tracolla e frusta in mano come nemmeno gli schiavisti nelle piantagioni di cotone negli Stati Uniti del XVII secolo, ormai è questo il comodo stereotipo con il quale i cittadini della Piana veniamo dipinti dagli “altri”. Mafiosi, o meglio ‘ndranghetisti, lo siamo sempre stati, sin dai tempi delle faide più remote agli occhi del resto d’Italia nella nostra Terra di Mezzo non  potevano esistere medici, avvocati, artigiani, ingegneri, commercianti, e se esistevano erano collusi. Con il tempo stavamo pian piano riuscendo a scrollarci di dosso l’etichetta di essere tutti uguali, tutti complici di chi barbaramente depredava la nostra terra.  Ma dal gennaio 2010 qualcosa è cambiato, si è tornati indietro ma non solo, lo stereotipo si è arricchito al vecchio peccato originale se n’è aggiunto un altro, ancora più globale, ancora più appetibile. Gli scontri di Rosarno hanno mostrato anche il lato razzista della Piana e della cittadina medmea in particolare, dove un esercito di cittadini divenuti guerriglieri assoldati dalla ‘ndrangheta hanno messo in atto un apartheid contro i migranti. I fatti sono noti, solo gli stolti ed i professionisti della solidarietà per interesse non si sono ancora resi conto della guerra tra poveri avvenuta mentre ingordi affaristi se la ridevano quantificando i futuri profitti. Ma se ancora Amnesty International parla di "lavoro sfruttato due anni dopo. Il fallimento della Legge Rosarno, nella protezone dei migranti sfruttati nel settore agricolo in Italia" omettendo di citare la situazione di crisi disperata in cui versa la popolazione “indigena”, la crisi irreversibile dell’agricoltura siamo in presenza di una causa persa. E allora, non facciamo i Don Chisciotte combattendo i mulini a vento, si dai ammettiamolo siamo razzisti tanto “gli immigrati rendono più della droga” come è noto a tutti nella Piana. No un attimo, rewind… è stato detto a Roma, da romani, nella nota inchiesta “Roma Capitale” che ha scoperto una vera e propria organizzazione criminale mafiosa sotto il Cupolone. Vuoi vedere che a qualcuno conveniva dipingerci come razzisti e che i mafiosi non siamo solo noi?

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