09042020Gio
Aggiornato ilGio, 09 Apr 2020 3pm

L'ex star della serie tv 'Power Rangers', Ricardo Medina Jr., è stato arrestato per aver ucciso con una spada, il suo coinquilino. Medina, 36 anni, è stato portato in carcere ieri per l'omicidio di Joshua Sutter, spiegano le autorità della contea di Los Angeles. Secondo le ricostruzione degli investigatori, sabato pomeriggio i due avrebbero avuto una discussione sfociata poi in una rissa. Medina si sarebbe ritirato nella sua camera da letto con la fidanzata, ma quando Sutter sarebbe entrato con la forza nella stanza, quel punto Medina ha preso una spada che teneva accanto alla porta e ha colpito la vittima all'addome. L'attore ha quindi chiamato e atteso i soccorsi. Medina ha interpretato il Red Ranger in 'Power Rangers Wild Force' nel 2002 e Deker in 'Power Rangers Samurai' nel 2011.

Cinque persone sono state tratte in arresto in India con l’accusa di aver sequestrato e violentato una turista giapponese di 20 anni nei pressi del sito sacro buddista di Bodh Gaya, nel sud est del Bihar. Stando a quanto riporta l’Hindustan Times, i sospetti, si erano presentati come guide turistiche , ed avrebbero sequestrato la giovane a Digha, una località balneare nel Bengala, per poi trasportarla in un villaggio nei pressi del luogo in cui Buddha raggiunse l’illuminazione. Qui la ragazza sarebbe stata rinchiusa in una stanza e violentata per 12 giorni, riuscendo però a fuggire il 26 dicembre, e a raggiungere Varanasi, dove alcuni connazionali l'hanno aiutata a mettersi in contatto con il consolato giapponese di Calcutta. Dopo la denuncia della giovane, tre uomini sono stati arrestati il 31 dicembre a Calcutta. Il loro interrogatorio ha condotto la polizia sulle tracce di due fratelli, Sajid e Javed Khan, che dopo essersi dati alla fuga, sono stati rintracciati grazie al loro telefono cellulare e fermati venerdì mattina a Bodh Gaya. Secondo il capo della polizia di Calcutta due fratelli dei 3 arrestati facevano parte di un'organizzazione criminale che da molto tempo aveva preso di mira i turisti stranieri nella spiaggia Digha.

 

Tre arresti nella locride

Pubblicato in PROVINCIA CRONACA
06 Dicembre 2014

I Carabinieri del Gruppo di Locri, con il supporto dei militari della Compagnia d’Intervento Operativo (CIO) del 10° Battaglione “Campania” e delle unità cinofile e dei Carabinieri del Gruppo Operativo “Calabria” (GOC), nell’ambito della pianificazione coordinata dei servizi realizzata sulla scorta delle politiche di controllo del territorio implementate sotto la direzione generale del Prefetto di Reggio Calabria, dottor Claudio Sammartino, hanno effettuato negli ultimi giorni tre arresti nel territorio della locride.

In particolare a Siderno, Catalano Domenico, 25enne del luogo, responsabile di Resistenza a Pubblico Ufficiale e Lesioni personali aggravate, è stato sottoposto dai Carabinieri agli arresti domiciliari dai Carabinieri della locale Stazione, in ossequio a un ordine di esecuzione per espiazione di pena detentiva in regime di detenzione domiciliare, emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Locri – Ufficio esecuzioni penali, dovendo egli scontare 7 mesi e 28 giorni di detenzione domiciliare, per essersi opposto, il 31 agosto 2011, a una perquisizione domiciliare, aggredendo gli operanti

A Stilo, i Carabinieri della locale Stazione hanno arrestato il 55enne Antonio Taverniti, in esecuzione di un ordine per la carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria – Ufficio Esecuzioni Penali, poiché riconosciuto colpevole del reato di associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate, commesso sino al mese di novembre 2006 in Stilo (l’indagine, condotta nell’anno 2007 dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Roccella Jonica, aveva permesso di trarre in arresto tre persone e di sequestrare numerose banconote false, per un valore complessivo di circa diecimila euro). L’arrestato, espletate le formalità di rito, è stato ristretto presso la Casa Circondariale di Locri;

A San Luca, Sebastiano Pelle, 52 enne del luogo, dopo un periodo di irreperibilità durato poco più di un anno, si è presentato spontaneamente presso la Stazione Carabinieri del luogo. Sul suo conto gravava un provvedimento emesso dall’Ufficio di Sorveglianza di Reggio Calabria che ne dispone l’associazione presso la casa lavoro di Vasto, in provincia di Chieti. La casa lavoro è una misura di sicurezza personale detentiva – unitamente alla colonia agricola, alla casa di cura e di custodia, all’ospedale psichiatrico e al riformatorio giudiziario per i minori – adottata dal nostro ordinamento penale per “risocializzare” il condannato ritenuto socialmente pericoloso, in questo caso attraverso l’applicazione dello stesso in lavori di carattere artigianale o industriale. A seguito dell’arresto, l’uomo è stato tradotto presso la casa circondariale di Locri, il cui personale ne curerà la traduzione presso la citata struttura abruzzese.

Alex Biagio Cacobati Mombelli, 23 anni,  e la moglie (C.C), sono stati arrestati a San Ferdinando (Reggio Calabria), dopo che i carabinieri della compagnia di Gioia Tauro, nel corso di una perquisizione hanno scoperto un piccolo arsenale. I militari operanti, nel piano superiore in corso di costruzione della loro abitazione hanno infatti rinvenuto un fucile mitragliatore calibro 9 parabellum, due pistole – una calibro 6,35 con silenziatore e una calibro 7,65 con matricola abrasa – due bombe carta di medio potenziale e circa 600 munizioni di vario calibro comprese quelle per kalashnikov. I carabinieri stanno indagando per accertare se la coppia di coniugi custodisse le armi e le munizioni per conto di qualcuno.

Alex Biagio Cacobati Mombelli è stato trasferito presso il carcere di Palmi, mentre la moglie si trova agli arresti domiciliari.

I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a 6 provvedimenti cautelari, emessi dal gip del Tribunale di Palmi, su richiesta della procura della Repubblica di Palmi, diretta dal procuratore Emanuele Crescenti, nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili di detenzione illegale di armi comuni da sparo, furto aggravato e istigazione ad esternare false dichiarazioni davanti al Tribunale.

  Alle 11, presso la procura della Repubblica di Palmi, si terrà  la conferenza stampa alla presenza del procuratore Crescenti che illustrerà  i dati dell'operazione.

Giovedì sera i Carabinieri dell’Aliquota Radiomobile della Compagnia di Reggio Calabria sono intervenuti, per riportare la calma, all’interno di un bar del centro cittadino ove il proprietario aveva segnalato dei disordini ad opera di un individuo extracomunitario.

Sul posto i militari hanno constato che il Bar si presentava a soqquadro ed il proprietario ha riferito che l’autore era stato poco prima un cittadino marocchino.

L’extra comunitario, in palese stato di ubriachezza, ha chiesto all’esercente un secondo superalcolico ma, stante il suo stato e il mancato pagamento del primo, ha ricevuto un netto rifiuto. Quindi è andato in escandescenza ed ha iniziato a scagliare contro l’esercente ogni tipo di oggetto che trovava e rovinando in terra tutti gli scaffali e vetrine del locale. Tale lancio di oggetti ha causato una lesione al setto nasale del proprietario che è stata  giudicata guaribile dai sanitari del 118 in giorni sette.

Grazie all’intervento di alcuni avventori, il cittadino marocchino si è quindi allontanato dal bar, dileguandosi a bordo di un motociclo di colore nero.

In seguito alla raccolta di queste prime informazioni, la Centrale Operativa 112 ha diramato la nota di ricerca a tutte le gazzelle presenti sul territorio, al fine di rintracciare l’autore dell’aggressione.

Dopo qualche minuto, un equipaggio della Compagnia Intervento Operativo del Battaglione “Puglia”, di rinforzo alla Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria, è riuscita a rintracciare sul Lungomare Falcomatà un soggetto corrispondente alla descrizione dell’aggressore, identificandolo in NAJIH Lahcen, marocchino 27enne, residente a Reggio Calabria, disoccupato, con precedenti di polizia, che è stato  immediatamente accompagnato in caserma per ulteriori accertamenti anche alla luce del suo evidente stato di ebrezza.

Ivi giunti, il NAJIH con atteggiamento aggressivo e proferendo frasi sconnesse e prive di significato, si è rifiutato di sottoporsi alla prova con etilometro, inoltre, all’atto della contestazione delle infrazioni del codice della strada da lui commesse, il marocchino ha strappato dalle mani del militare operante il verbale redatto e dopo averlo fatto in pezzi ha afferrato dal collo il Carabiniere, scaraventandolo contro il muro e proferendo frasi minacciose nei suoi confronti.

Per tutti i fatti sopra menzionati il NAJIH è stato dichiarato in stato di arresto per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, nonché deferito in stato di libertà per rifiuto di sottoporsi alla prova con etilometro con contestuale ritiro della patente di guida.

Lo stesso dovrà altresì rispondere dei reati di lesioni aggravate, danneggiamento e minaccia per i fatti accaduti all’interno del bar.

Nella mattinata di ieri, il GIP del Tribunale di Reggio Calabria ha convalidato l’arresto eseguito dalla Polizia Giudiziaria, disponendo la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G..

Dalle prime luci dell’alba, i Finanzieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, con l’ausilio di appartenenti allo SCICO di Roma, stanno effettuando numerose perquisizioni ed eseguendo in Calabria, Lombardia e Veneto un’ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nei confronti di 13 persone, tra cui imprenditori a vario titolo collegati alle locali cosche di ‘ndrangheta, nonché il sequestro di 23 società per un valore complessivo di circa 56 milioni di euro.

Con il predetto provvedimento cautelare, emesso dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, le Fiamme Gialle stanno procedendo nei confronti degli esponenti di due cosche reggine di ‘ndrangheta (PESCE e MOLÈ), responsabili di associazione per delinquere di stampo mafioso nonché dei reati di riciclaggio di proventi di illecita provenienza, di trasferimento fraudolento di valori, contrabbando di gasolio e di merce contraffatta, di frode fiscale, attraverso l’utilizzo e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e di omesso versamento delle ritenute previdenziali, tutti aggravati dalle modalità “mafiose”.

Le complesse e articolate attività di polizia giudiziaria traggono spunto dall’esecuzione di verifiche fiscali avviate nei confronti di imprese operanti nel settore dei trasporti e servizi connessi da e per il Porto di Gioia Tauro, nel corso delle quali sono stati acquisiti concreti e significativi elementi indiziari circa la riconducibilità dei relativi titolari alle predette cosche di ‘ndrangheta.

L’indagine ha dimostrato, in buona sostanza, come la cosca Pesce si è infiltrata nel tessuto economico caratterizzato dai servizi connessi all’imponente operatività del porto di Gioia Tauro – che oltre a costituire una delle porte di ingresso in Europa rappresenta uno snodo cruciale dell’economia calabrese – ed esercita tuttora un soffocante controllo sulle attività economiche presenti nella zona portuale, dirette ad assicurare all’organizzazione, in ultima analisi, ingenti risorse finanziarie, mirando poi a ripulire i proventi dei reati consumati, grazie anche all’ausilio di soggetti estranei.

La complessiva attività di indagine ha consentito di portare alla luce l’ingegnoso e asfissiante sistema di controllo dei servizi connessi alle operazioni di import-export e di trasporto merci per conto terzi realizzato dalle suddette cosche nel porto di Gioia Tauro, la cui estensione ricade in ben due comuni, San Ferdinando e Gioia Tauro, nonché di ritenere provata l’appartenenza all’organizzazione criminale di stampo mafioso di soggetti, fino ad ora non coinvolti in altre operazioni di polizia.

Si tratta di tutti i preposti alla gestione delle imprese dell’organizzazione che hanno rivestito un ruolo determinante dapprima nell’acquisizione dei proventi di attività estorsive, perpetrata attraverso l’imposizione a imprese terze dell’obbligo di contrattare esclusivamente con loro, facendo leva sulla forza intimidatrice di cui disponevano. Infatti, come tutte le organizzazioni di stampo mafioso attualmente operanti, la caratteristica della cosca Pesce consiste nella circostanza che, a causa della “fama” acquistatasi nel tempo con atti di violenza o minaccia a danno di chiunque ne ostacoli l’attività, è ormai in grado di incutere timore per la sua stessa “esistenza”.

Successivamente il ruolo di dette aziende e, quindi, dei rispettivi rappresentanti legali è stato quello di crearsi disponibilità di risorse liquide, attraverso la contabilizzazione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, da corrispondere agli elementi di spicco delle cosche Pesce e Molè.

Le persone intranee alla “cosca”, sfuggite alle precedenti operazioni, hanno assunto compiti e incarichi attinenti agli interessi dell’organizzazione, sia economici ovvero di infiltrazione e controllo del tessuto imprenditoriale del territorio di influenza con particolare riguardo ai servizi connessi al traffico commerciale generato dal Porto, che finanziari di acquisizione sicura dei relativi proventi, mediante l’attuazione di sopraffine tecniche di riciclaggio.

Ciò è stato reso possibile sia attraverso fittizie intestazioni di società a persone terze, direttamente riconducibili ai vertici della cosca “Pesce” sia mediante il ricorso all’utilizzo di fatture false emesse prevalentemente da distributori stradali e da società cooperative nei confronti delle aziende di trasporto riconducibili alla cosca “Pesce”.

In particolare è stato dimostrato che i distributori di carburante non erano i veri beneficiari degli assegni, ma si limitavano a monetizzarli, in quanto la relativa provvista veniva incassata da esponenti di primo piano della cosca.

Tale modus operandi, grazie alla liquidità di cui dispongono normalmente i distributori al dettaglio di carburante, ha consentito all’organizzazione di acquisire concretamente i proventi dell’attività illecita, di dare agli stessi la parvenza di una lecita attività commerciale (acquisto di carburante) e di ottenere l’immediata liquidità attraverso il cambio del titolo operato dai distributori, di modo che non venissero identificati i reali beneficiari dei titoli stessi.

In più, le indagini hanno consentito di appurare che la cosca PESCE ha perseguito e consumato anche reati di contrabbando, consistenti nell’importazione di merce contraffatta dalla Cina in evasione di dazi e diritti doganali.

Infine, gli approfondimenti investigativi eseguiti nei confronti delle aziende di trasporto riconducibili alla cosca “Pesce”, alcune delle quali operanti nel Nord Italia, in particolare a Verona, hanno evidenziato l’utilizzo di imprese cooperative che si sono interposte tra esse e i clienti finali. Infatti, le cooperative di lavoro hanno avuto quale unico scopo quello di fornire uno schermo giuridico alle imprese della “cosca”, le quali – una volta “esternalizzati” i propri lavoratori, facendoli solo formalmente assumere dalle cooperative, e fittiziamente ceduto in comodato i mezzi d’opera alle stesse – hanno continuato a operare direttamente non preoccupandosi più del pagamento degli oneri erariali che gravavano interamente sulle false cooperative. Le stesse cooperative hanno successivamente fatturato alle imprese beneficiarie della frode prestazioni di servizi, simulando inesistenti contratti, e così consentendo loro la fraudolenta contabilizzazione dei relativi costi ed Iva a credito.

Le cooperative di lavoro si sono rivelate società di fatto inesistenti, interposte al fine di caricarsi tutti gli oneri impositivi (in termini di II.DD. ed IVA dovuta), contributivi e previdenziali che, come acclarato, non sono stati mai assolti Infatti, le predette cooperative erano di fatto “scatole vuote” che hanno cessato l’attività dopo breve tempo e i loro rappresentanti sono risultati prestanome nullatenenti.

L’indagine portata a termine dalle Fiamme Gialle reggine denota, ancora una volta, un moderno quadro dell’imprenditoria ‘ndranghetista” e un nuovo modo di “fare mafia”, dove, non creando allarmismi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica, si creano vincoli di affiliazione derivante da un’unica matrice: il denaro e l’ingiusto arricchimento. Tutto questo con una totale trasposizione delle consuetudinarie modalità mafiose nel mondo dell’imprenditoria e dell’economia legale falsando il libero mercato e la leale concorrenza tra imprese.

In conclusione, il condizionamento dei settori più produttivi dell’economia locale, prima affidato solo ai proventi delle estorsioni a tappeto, si è trasformato, giovandosi del processo di modificazione delle locali famiglie di ‘ndrangheta, che hanno acquisito una vocazione direttamente imprenditoriale e che operano trasversalmente, quasi sempre dietro il paravento di prestanome, direttamente nei singoli settori economici infiltrati.

Sulla scorta dei gravi elementi indiziari raccolti, in data odierna, sono stati eseguiti in Calabria, Veneto e Lombardia i seguenti provvedimenti, emessi dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria:

  • n. 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di:

  • PESCE Salvatore cl.’ 88;

  • RAO Gaetano cl.’ 55;

  • MAZZITELLI Marco cl.’ 83;

  • COMANDÈ Giuseppe cl.’ 83;

  • FRANCO Domenico cl.’ 57;

  • FRANCO Giuseppe cl.’ 60;

  • FRANCO Antonio cl.’ 62;

  • RACHELE Francesco cl.’ 41;

  • RACHELE Salvatore cl.’ 78;

  • RACHELE Rocco cl.’ 68;

  • STILO Bruno cl.’ 66;

  • CANEROSSI Domenico cl.’ 67;

  • FILARDO Nicola cl.’ 59;

  • n. 23 sequestri preventividell’intero patrimonio aziendale nei confronti della:

  • MERIDIONAL TRASPORTI DEI F.LLI FRANCO E LUCCISANO SALVATORE S.n.c.;

  • MEDITERRANEA TRASPORTI di Macrì e D’Agostino S.n.c.;

  • UNIVERSAL TRANSPORT & SHIPPING S.a.s. di Zungri G. & C.;

  • Ditta individuale “LA ROSARNESE DI RACHELE Francesco”;

  • Ditta individuale SIBIO Domenico;

  • Ditta individuale COMANDE’ Giuseppe;

  • F.C. IMMOBILIARE S.r.l.;

  • FERPETROLI SERVICE S.r.l.;

  • Ditta individuale “AUTOSUD DI FILARDO Nicola”;

  • GA.RI. S.a.s. di Gianluca Gaetano e C.;

  • PUNTO UNO INGROSS UNIPERSONALE S.r.l.;

  • Ditta individuale CHINDAMO Giuseppe;

  • Ditta individuale DI BARTOLO Salvatore;

  • TRANZ VEICOM S.r.l.;

  • VEROTRANSPORT S.r.l.;

  • ITALSPEEDY LOGISTIC S.r.l.;

  • LUCCISANO TRASPORTI S.r.l.;

  • Cooperativa SOLIDARIETÀ e SERVIZI Soc. Coop. A R.L.;

  • Cooperativa SERVIZI e SOLIDARIETÀ Soc. Coop. A R.L.;

  • WORK PROGRESS Società Cooperativa Sociale A R.L. .;

  • TRUCK DRIVERS Società Cooperativa;

  • GLOBAL TRANSPORT SERVICES Società Cooperativa ;

  • GLOBAL SERVICE Società Cooperativa.

Conclusivamente, nell’operazione “PORTO FRANCO” si è proceduto all’esecuzione di nr. 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere, al sequestro del patrimonio aziendale di 23 imprese per un valore stimato di circa 56 milioni di euro e ad effettuare circa 50 perquisizioni, con l’impiego di oltre 200 militari della Guardia di Finanza.

Rizziconi (Reggio Calabria). Nella mattinata odierna, la Polizia di Stato ha dato esecuzione all'ordinanza di custodia cautelare emessa, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della locale Procura della Repubblica, dal Giudice per le Indagini Preliminiari dott.ssa Adriana Trapani presso il Tribunale di Reggio Calabria.

La misura cautelare è stata emessa nei confronti di 16 persone, indagate a vario titolo dei reati di di associazione mafiosa,estorsione pluriaggravata, intestazione fittizia di beni e truffe alla Comunità Europea.

In particolare il G.I.P. di Reggio Calabria ha emesso l’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di:

  1. Teodoro Crea detto “’u Murcu” o “’u Toru” o “Dio onnipotente”, nato a Gioia Tauro il 11/04/1939;
  2. Giuseppe Crea, nato a Rizziconi il 23/06/1978, in atto latitante;
  3. Antonio Crea detto “’u Malandrinu”, nato a Taurianova il 04/07/1963;
  4. Domenico Crea detto “Scarpa lucida”, nato a Rizziconi il 23/10/1954;
  5. Teodoro Crea detto “’u Biondu”, nato a Gioia Tauro il 24/01/1967;
  6. Domenico Russo detto “’u Malandrinu”, nato a Rizziconi il 25/04/1949;
  7. Osvaldo Lombardo nato a Montesarchio (BN) il 07/04/1948;
  8. Giuseppe Lombardo nato a Reggio Calabria il 24/11/1973;
  9. Vincenzo Alessi nato a Taurianova il 11/06/1976;
  10. Girolamo Cutrì nato a Rizziconi il 24/11/1956;
  11. Domenico Rotolo, nato a Taurianova il 26/11/1974;

e degli arresti domiciliari nei confronti di:

  1. Vincenzo Tornese, nato a Rizziconi il 15/05/1962;
  2. Maria Grazia Alvaro, nata a Taurianova il 09/11/1978;
  3. Clementina Burzì, nata a Rizziconi il 30/09/1951;
  4. Marinella Crea, nata a Gioia Tauro il 27/12/1976;
  5. Domenico Perri, nato a Rizziconi (RC) il 23.09.1947.

Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, l’attività di indagine avrebbe evidenziato come la cosca Crea di Rizziconi sia capace di esercitare sul territorio una vera e propria “signoria” non solo nell’esercizio delle tipiche attività criminali ma anche nel totale condizionamento della vita pubblica. Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figura, Teodoro Crea, di 75 anni, alias “’u Murcu” o “’u Toru” o “Dio onnipotente”, capo storico della famiglia, coinvolto nel processo della “Mafia delle tre province” in qualità di boss incontrastato di Rizziconi ed in altri successivi che ne hanno confermato tale ruolo, unitamente a buona parte del suo nucleo familiare: la moglie Clementina Burzì, i figli Giuseppe di 36 anni, attualmente latitante inserito nell’elenco dei ricercati pericolosi, e Marinella di 38 anni, nonché la nuora, moglie del latitante,  Maria Grazia Alvaro che, tra l’altro, appartiene all’omonimo casato mafioso, operante a Sinopoli (RC) e zone viciniore, federato ai Crea e al potente casato dei Piromalli di Gioia Tauro.
Nel corso dell’Operazione sono stati arrestati per il reato di associazione mafiosa non solo i componenti dello stretto nucleo familiare del boss  Teodoro Crea, ma anche altri presunti esponenti di spicco della ‘ndrina, quali  Antonio Crea, detto “’u Malandrinu”,  Domenico Crea, detto “Scarpa lucida” e Teodoro Crea, detto “’u Biondu”, tutti legati da vincoli parentali con il suddetto capo dell’organizzazione mafiosa.
Le attività investigative sono iniziate all’indomani delle elezioni amministrative indette per l’elezione del Sindaco e per il rinnovo del Consiglio Comunale di Rizziconi, tenutesi il 28-29 Marzo 2010, cui ha partecipato una sola lista, essendone una seconda stata esclusa per irregolarità.
Complessivamente, le indagini esperite hanno evidenziato che la cosca di ‘ndrangheta, ricorrendo a minacce ed a veri e propri atti intimidatori, era riuscita a provocare il sostanziale isolamento di un ex Amministratore Comunale, all’evidente scopo di annullarne l’azione politica non gradita, determinando, altresì, attraverso le dimissioni dei consiglieri comunali, lo scioglimento degli organi di governo locali.
A testimonianza del potere espresso dalla cosca sul territorio, è emblematico quanto accaduto in occasione dell’acquisizione da parte di  Antonio Crea dello storico palazzo Cordopatri, sito al centro di Rizziconi, che aveva subito dei danni a seguito degli eventi alluvionali del mese di novembre 2010. Tale edificio, dopo anni di discordie tra i vari comproprietari, è stato acquistato da Antonio Crea detto “’u Malandrinu” ed immediatamente da lui stesso demolito, pur essendo intestato a Vincenzo Tornese, consuocero di Antonio Crea detto “’u Malandrinu”: a entrambi è contestato il delitto di intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso, in quanto il reale ed unico dominus del bene si è rivelato essere proprio il Crea.
E’ significativo, inoltre, quanto accaduto in occasione del rinnovo dei servizi di vigilanza (del valore di ben 300.000 euro annui) presso la centrale elettrica a turbogas costruita a Rizziconi dalla Ansaldo Energia di Genova per conto del consorzio Rizziconi Energia; in tale vicenda, le indagini hanno evidenziato che la cosca Crea, nella persona del latitante Giuseppe Crea, aveva manifestato la ferma intenzione di scalzare la ditta Europol di Reggio Calabria per farvi subentrare la Securpol di Osvaldo e Giuseppe Lombardo (padre e figlio) di Villa San Giovanni, i quali sono stati arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa perché avrebbero contribuito al perseguimento delle finalità della ‘ndrina Crea, con specifico riferimento all’assegnazione di appalti nel settore della vigilanza privata. Per tale vicenda, il 28 agosto 2011, erano stati esplosi alcuni colpi calibro 12 contro la guardiola in cui stazionavano gli addetti alla vigilanza della centrale elettrica; stesso episodio, di gravità maggiore, si verificava a circa tre mesi di distanza dal primo, segnatamente il 20 novembre 2011, allorché per mezzo di un Kalashnikov venivano indirizzati diversi colpi sempre contro la garitta utilizzata dalla guardia giurata in servizio di vigilanza presso la centrale elettrica (in quest’ultima nell’occasione venivano sequestrati trenta bossoli calibro 7,62X39).
L’indagine ha anche rivelato che la cosca Crea, attraverso minacce anche implicite, nonché con violenza sulle cose, consistita nel taglio di un albero sulla via d’accesso all’abitazione di Domenico Russo (cugino omonimo del destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare), era riuscita nell’intento di costringere il Consigliere Comunale Michele Russo a presentare le proprie dimissioni, alle quali si aggiungevano quelle di altri consiglieri comunali, il che determinava lo scioglimento del Consesso Civico; ciò è avvenuto senza alcun tipo di particolare clamore, in ossequio ai diktat della famiglia mafiosa dei Crea che vengono rispettati per quieto vivere o per paura di rappresaglie; in relazione a tale vicenda è contestato a Teodoro Crea cl. ‘39, Antonio Crea e Domenico Russo, il delitto di estorsione aggravata dall’art. 7 della Legge 203/91.
Tra gli arrestati per associazione mafiosa figurano gli ex Consiglieri Comunali, Vincenzo Alessi e Girolamo Cutrì, nonché l’ex Assessore allo Sport ed allo Spettacolo del Comune di Rizziconi, Domenico Rotolo.
Inoltre, nel corso delle indagini, è stato possibile far luce sulle truffe aggravate contestate a Giuseppe Crea cl. ‘78, il quale, nonostante lo status di latitante dal 2006, attestava di essere un imprenditore agricolo, senza ovviamente che a ciò corrispondesse l’effettiva attività di coltivazione della terra, così procurandosi un ingiusto profitto, consistito nell’indebita erogazione da parte dell’A.G.E.A. (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) dei contributi comunitari relativi al P.S.R. (Piano di Sviluppo Rurale) per un totale di € 188.884,66.
Analogo reato è stato contestato al padre  Teodoro Crea, alla madre Clementina Burzì ed alla sorella Marinella, che si procuravano i contributi dell’A.G.E.A. per un totale di € 48.408,59.
L’ordinanza contiene il contestuale sequestro preventivo ex art. 321, comma II, c.p.p. ed ex art. 12 sexies del D.L. 1992 nr. 306 della villa della famiglia Crea sita in via Marinella di Rizziconi, nonché del terreno sito in piazza Vittorio Emanuele II di Rizziconi sul quale insisteva il palazzo Cordopatri e di immobili e terreni vari che, all’esito di opportuni accertamenti, sono risultati nella disponibilità di Clementina Burzì, Teodoro Crea, Giuseppe Crea, Marinella Crea, Antonio Crea, Vincenzo Tornese e Domenico Perri per un valore complessivo stimato in oltre 5 milioni di euro. Analogo vincolo del sequestro verrà apposto anche ai conti correnti bancari e postali nella disponibilità di vari indagati.
Alla fase esecutiva dell’operazione odierna hanno preso parte gli investigatori del Servizio Centrale Operativo di Roma, della Squadra Mobile di Reggio Calabria e del Commissariato P.S. di Gioia Tauro, con il concorso di pattuglie automontate dei Commissariati della provincia reggina, nonché dei Reparti Prevenzione Crimine “Calabria” di Vibo Valentia e Siderno e del Reparto Volo di Reggio Calabria. Allo stato risulta irreperibile il solo CREA Giuseppe, già latitante dal gennaio 2006.

Rizziconi (Reggio Calabria). Associazione mafiosa, estorsione, intestazione fittizia di beni e truffa aggravata. Per tali reati sedici persone sono finite in manette alle prime luci dell’alba. La Squadra Mobile di Reggio Calabria e gli agenti del Commissariato di Gioia Tauro, infatti, hanno eseguito sedici ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti altrettanti presunti esponenti della cosca di ndrangheta dei Crea di Rizziconi, che opera nella Piana di Gioia Tauro.

Nel corso dell’operazione i militari operanti hanno proceduto altresì  al sequestro di beni dal valore di oltre 5 milioni di euro.

Tra i destinatari, dell’ordinanza di custodia cautelare vi sarebbero Teodoro Crea, di 65 anni, ritenuto dagli inquirenti vertice dell’organizzazione, la moglie, i figli e la nuora. Uno dei figli del presunto boss Teodoro Crea, Giuseppe, di 36 anni, destinatario di un provvedimento cautelare, è tuttora latitante.

Le indaginiriguarderebbero quella che gli inquirenti hanno definitivo una “sistematica ingerenza nelle attività pubbliche nel comprensorio di Rizziconi e si fonda principalmente sul contributo fornito agli investigatori proprio dal sindaco della cittadina in provincia di Reggio, Antonino Bartuccio che, eletto a marzo 2010 con una lista civica, dal suo insediamento ha collaborato con la Polizia e la magistratura, denunciando irregolarità, anche di natura penale, nella gestione dell'Amministrazione comunale per favorire così gli interessi illeciti della cosca. Il 2 aprile 2011 si dimisero, dopo numerose minacce ed intimidazioni al primo cittadino, tutti i consiglieri comunali e, successivamente, a causa proprio dell'evidente ingerenza criminale, il Prefetto di Reggio sciolse il Comune di Rizziconi.

Tra i destinatari delle 16 ordinanze vi sono anche tre ex consiglieri comunali. Si sarebbe così fatta luce su delle forti pressioni che la cosca dei Crea, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato, non solo attraverso le minacce ed i danneggiamenti ma, anche grazie ai tre ex consiglieri, per frenare l'azione politica del sindaco. Sempre secondo le indagini i tentativi della cosca ebbero successo quando la 'ndrina riuscì, infine, a determinare proprio lo scioglimento del Comune.

 

 

Ieri 9 maggio, i Carabinieri della Stazione di Locri hanno tratto in arresto AMATO Massimo cl.1979 residente a Bianco, BURGUDZHIEVA Donka Valkanova, 23enne di origini bulgare residente a Bovalino, entrambi domiciliati ad Ardore. In particolare, nel corso della mattinata, un Carabiniere libero dal servizio, intento ad effettuare acquisti in un esercizio commerciale del centro di Locri, si avvedeva che un uomo, successivamente identificato nell’AMATO, si era introdotto furtivamente in un’autovettura parcheggiata sulla via Firenze, mentre una giovane donna faceva da “palo”. Immediatamente intervenuto, e qualificatosi come appartenente all’Arma, il militare cercava di bloccare il “topo d’auto”, mentre la donna, nell’estremo tentativo di arraffare qualcosa, frugava affannosamente tra gli effetti personali giacenti a terra all’esterno del veicolo. Ne scaturiva una colluttazione, all’esito della quale, nonostante il tentativo di divincolarsi, l’AMATO è stato bloccato dal Carabiniere. La donna, invece, riuscita inizialmente a far perdere le proprie tracce, è stata localizzata presso la stazione ferroviaria di Ardore e tratta in arresto da altra pattuglia dell’Arma in servizio di controllo del territorio, allertata per le ricerche. All’esito della perquisizione domiciliare presso l’abitazione dei due fermati sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro numerosi oggetti provento di furto (monili, cellulari, caricabatterie ecc…), alcuni dei quali già riconosciuti e restituiti – con soddisfazione – ai proprietari che ne avevano denunciato l’asportazione. Gli arrestati sono stati posti a disposizione dell’A.G.

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