Saccomanno – Disagio giovanile, integrazione e libertà: la sfida che la nostra democrazia non può perdere

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Giacomo Saccomanno

DISAGIO GIOVANILE, INTEGRAZIONE E LIBERTÀ: LA SFIDA CHE LA NOSTRA DEMOCRAZIA NON PUÒ PERDERE

C’è un problema che il nostro Paese non può più permettersi di sottovalutare: il crescente disagio giovanile, il senso di emarginazione, la perdita di riferimenti e il rischio che tutto questo possa trasformarsi in terreno fertile per forme di radicalizzazione ideologica e religiosa, anche di matrice islamista.

È una questione delicata, che dobbiamo affrontare con equilibrio, responsabilità e soprattutto con il coraggio di guardare alla realtà senza pregiudizi, ma anche senza ingenuità.

Non possiamo ignorare che giovani cresciuti nelle nostre città, che frequentano le nostre scuole e vivono nelle nostre comunità, possano talvolta sentirsi estranei alla società nella quale sono nati o nella quale stanno costruendo il proprio futuro.

Ragazzi che vivono sospesi tra culture diverse, che faticano a trovare una propria identità, che incontrano difficoltà economiche, sociali e familiari e che, proprio per questo, possono diventare vulnerabili a messaggi estremisti capaci di trasformare la frustrazione in odio e il disagio in contrapposizione.

È in questo vuoto che possono insinuarsi le ideologie radicali. Ed è proprio questo vuoto che le istituzioni hanno il dovere di colmare.

Dobbiamo essere chiari su un punto fondamentale: la religione islamica non può e non deve essere confusa con l’estremismo islamista. Milioni di musulmani vivono pacificamente nelle società democratiche, ne rispettano le leggi e contribuiscono quotidianamente alla loro crescita.

Il problema nasce quando qualsiasi ideologia, religiosa o politica, pretende di sostituire le leggi dello Stato, negare la libertà individuale, imporre comportamenti attraverso la violenza o rifiutare i principi fondamentali della convivenza democratica.

E su questo non possono esservi ambiguità.

La libertà religiosa è un diritto inviolabile. Ma nessuna convinzione religiosa può giustificare la violenza, la sopraffazione, la discriminazione delle donne o la negazione delle libertà altrui.

La nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di professare la propria fede, ma tutela con altrettanta forza la dignità della persona, l’uguaglianza, la libertà di pensiero e i diritti fondamentali.

Sono valori che appartengono a tutti coloro che vivono nel nostro Paese, indipendentemente dalla loro provenienza.

E proprio per questo dobbiamo avere la capacità di distinguere tra chi cerca legittimamente un futuro migliore e chi, invece, tenta di utilizzare le fragilità dei giovani per diffondere odio e intolleranza.

La risposta dello Stato non può essere soltanto repressiva.

Naturalmente, quando si manifestano condotte violente, istigazioni all’odio o attività contrarie alla legge, le istituzioni devono intervenire con fermezza, utilizzando tutti gli strumenti previsti dal nostro ordinamento.

Ma sarebbe un grave errore pensare che il problema possa essere risolto esclusivamente attraverso il controllo, le sanzioni e l’intervento delle forze dell’ordine.

La repressione interviene quando il problema è già esploso. Una politica lungimirante deve avere la capacità di prevenirlo.

Occorre allora investire realmente nelle scuole, nei quartieri più fragili, nei centri di aggregazione, nello sport, nella formazione professionale e nelle opportunità di lavoro.

Occorre sostenere le famiglie, comprese quelle di origine straniera, che spesso affrontano difficoltà enormi nel rapporto con i figli, nella comprensione della lingua, nell’accesso ai servizi e nel confronto con una società profondamente diversa da quella di provenienza.

Non possiamo chiedere a queste famiglie di educare i propri ragazzi al rispetto delle nostre regole senza offrire loro gli strumenti per conoscerle, comprenderle e condividerle.

Servono percorsi di educazione civica, insegnamento della lingua italiana, mediazione culturale, sostegno psicologico e sociale, occasioni concrete di incontro tra giovani di diversa provenienza.

Servono istituzioni presenti, non soltanto quando emerge un problema di ordine pubblico, ma soprattutto prima, quando esistono ancora le condizioni per evitare che il disagio si trasformi in isolamento, rabbia e radicalizzazione.

E serve anche una responsabilità precisa delle comunità religiose, chiamate a collaborare con le istituzioni nella promozione del dialogo, della legalità e del rifiuto di ogni forma di estremismo.

Ma dobbiamo chiarire un altro aspetto, altrettanto importante.

Integrare non significa rinunciare alla nostra identità, né chiedere agli altri di cancellare la propria. Significa costruire una convivenza fondata su regole comuni, diritti uguali e doveri condivisi.

Chi vive in Italia deve poter conservare le proprie tradizioni, la propria cultura e la propria fede, nel pieno rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.

Allo stesso tempo, nessuno deve essere costretto a rinunciare alla propria libertà per effetto di pressioni familiari, comunitarie o religiose.

Penso soprattutto alle ragazze e alle giovani donne, che devono poter studiare, lavorare, scegliere liberamente il proprio futuro e vivere senza imposizioni o discriminazioni.

Penso ai ragazzi che devono sentirsi parte della nostra comunità, senza essere considerati stranieri per sempre.

Penso alle famiglie italiane che hanno diritto di vivere in sicurezza e di vedere rispettati i valori fondamentali della nostra democrazia.

La libertà deve essere garantita a tutti. Non può essere un privilegio di alcuni, né può essere sacrificata in nome di una malintesa tolleranza.

Una società veramente aperta non è quella che rinuncia alle proprie regole, ma quella che riesce a farle rispettare senza discriminare, offrendo a ciascuno la possibilità di partecipare pienamente alla vita collettiva.

Per questo ritengo indispensabile una strategia nazionale di integrazione che coinvolga Governo, Regioni, Comuni, scuole, servizi sociali, associazioni e comunità religiose.

Una strategia che non si limiti alle dichiarazioni di principio, ma che preveda risorse, programmi verificabili, responsabilità precise e risultati concretamente misurabili.

Dobbiamo aiutare i giovani a trovare una prospettiva, le famiglie a svolgere il proprio ruolo educativo e le comunità a riconoscersi in un patrimonio comune di valori.

Dobbiamo impedire che l’emarginazione diventi terreno di reclutamento per chi predica l’odio.

Dobbiamo difendere la nostra democrazia, ma ricordando che la sua forza risiede proprio nella capacità di garantire libertà, giustizia e dignità anche a chi proviene da culture differenti.

Non possiamo limitarci a chiedere a questi ragazzi di rispettare la nostra società. Dobbiamo anche fare in modo che possano sentirla come la propria.

Perché un giovane che studia, lavora, partecipa alla vita della comunità e vede riconosciuta la propria dignità ha maggiori strumenti per costruire il proprio futuro e resistere ai richiami dell’estremismo.

La sfida che abbiamo davanti non riguarda soltanto l’immigrazione o la sicurezza. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire e consegnare alle future generazioni.

Una società nella quale nessuno debba avere paura di professare la propria fede, di esprimere le proprie idee o di vivere secondo le proprie convinzioni, purché nel rispetto dei diritti degli altri.

Una società nella quale lo Stato sappia essere fermo contro chi viola la legge, ma anche vicino a chi ha bisogno di aiuto.

Perché difendere la democrazia significa certamente contrastare chi la minaccia, ma significa soprattutto creare le condizioni affinché ogni giovane possa riconoscersi nei suoi valori.

Non dobbiamo scegliere tra sicurezza e integrazione.

Dobbiamo garantire entrambe.

Non dobbiamo scegliere tra il rispetto delle nostre tradizioni e quello delle culture altrui.

Dobbiamo pretendere il rispetto reciproco, nel quadro irrinunciabile della nostra Costituzione.

E soprattutto non dobbiamo abbandonare questi ragazzi e le loro famiglie alla solitudine, all’emarginazione e a chi potrebbe approfittare delle loro fragilità.

Perché la vera forza di una democrazia non si misura soltanto nella capacità di reprimere le minacce, ma anche nella capacità di prevenirle, educare, includere e offrire un futuro.

Aiutare questi giovani non significa indebolire la nostra identità. Significa rafforzare la nostra società, proteggere le nostre libertà e difendere concretamente il futuro della nostra Nazione.

Ho volutamente dato particolare forza a un concetto: non può esserci vera integrazione senza il rispetto dei principi costituzionali, ma non può esserci nemmeno sicurezza duratura senza un’effettiva inclusione sociale.

L’intervento può essere utilizzato come dichiarazione pubblica, articolo di opinione o discorso in un incontro istituzionale.

Giacomo Francesco Saccomanno – avvocato

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