La sorella di Pantaleone Mancuso sfida i clan e i calabresi: La maggioranza dei calabresi non cambia, continua a credere in questi assassini

In un’intervista appello rilasciata a Lirio Abbate, pubblicata su l’Espresso, Immacolata Mancuso, sorella di Pantaleone “Luni” Mancuso, detto “Scarpuni” parla della ndrangheta e del suo strapotere in Calabria, fuggita da Limbadi per salvare i figli da quella realtà che conosce molto bene, ma che, se possibile peggiorata ancor di più,  secondo Immacolata Mancuso infatti “Oggi la mafia fa più schifo di prima. Quella che conoscevo da bambina, perché in famiglia ne sentivo parlare, era collegata tutta a “don Ciccio”, mio zio Francesco Mancuso, il fratello di mio padre, ricercato dai carabinieri ma considerato dalla gente un benefattore perché dava lavoro a tutti. E tutti erano felici e nessuno si chiedeva se quel lavoro era legale o no”.  E facendo riferimento al barbaro omicidio di Nicolino “Cocò” Campolongo  attacca la ndrangheta e molti calabresi “Mi chiedo con quale coraggio si può arrivare ad ammazzare un bambino. Questa mafia, questa criminalità, è uno schifo. Purtroppo nessuno parla. Tutti stanno in silenzio anche davanti ad una tragedia come quella di Cocò. La gente si sarebbe dovuta rivoltare dopo questo omicidio ma purtroppo non è accaduto nulla e nulla si farà. La maggioranza dei calabresi non cambia, continua a credere in questi assassini”.

Ne ha per tutti Immacolata Mancuso, anche per quello “Stato che dice di andare contro la mafia, noi lo facciamo, ma allo stesso tempo non ci tende la mano per vivere meglio, perché ci riempie di tasse e non offre alcuna possibilità ai giovani di lavorare. In questo modo la mafia ha il sopravvento. I ragazzi vengono attratti dal denaro facile che si procurano i clan, dal lusso apparente che si vede in molte zone della Calabria, e così rischiano di finire nella rete dei mafiosi rovinandosi per tutta la vita. È per questo che chiedo aiuto. Qualcuno intervenga a salvare mio figlio come pure tanti altri giovani che sono nelle sue condizioni: c’è un’intera generazione che non trova lavoro e rischia di finire nelle mani di chi vive nel crimine”.

Per poi concludere accusando l’antimafia sbandierata ma non praticata “Basta con slogan e dichiarazioni. Ce ne sono tanti, come la targa fatta sistemare dalla Regione davanti all’ingresso del municipio di Limbadi. C’è scritto: “qui la mafia non entra”. Ma come, tutti sanno che è già entrata in quel Comune, grazie a mio zio Ciccio Mancuso che ha fatto assumere alcune persone che ancora oggi sono in servizio! Questi slogan sono una presa in giro. Come pure gli edifici confiscati che poi vengono abbandonati. Togliendoli ai mafiosi si potrebbero dare ad associazioni o enti per renderli funzionali e invece no. C’è una villa accanto al municipio di Limbadi che è stata confiscata ma è completamente abbandonata e devastata dai vandali: questi scempi fanno perdere fiducia nelle istituzioni”.