Un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona ha portato a otto misure cautelari in carcere e al sequestro di beni per oltre 57 milioni di euro. Al centro di uno dei filoni investigativi, i presunti rapporti tra un imprenditore edile e ambienti della ’ndrangheta reggina, con riferimenti alle famiglie Avignone e Crea, e un sistema di fatture false per circa 8 milioni di euro. L’indagine riguarda anche presunte infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione post-sisma e un articolato sistema di frodi e corruzione.
Un’importante operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Ancona e con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha interessato diverse province italiane, tra cui Reggio Calabria, nell’ambito di una complessa indagine su presunti illeciti legati alla ricostruzione post-sisma nelle Marche, a reati tributari e societari e a condotte corruttive nella pubblica amministrazione.
I finanzieri del Comando provinciale di Ancona hanno eseguito un’ordinanza emessa il 12 ottobre 2026 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona, che ha disposto la custodia cautelare in carcere per otto indagati, mentre per altre cinque persone è stato previsto l’interrogatorio preventivo. Disposti anche il sequestro impeditivo di tre società e il sequestro preventivo di beni per un valore complessivo superiore a 57 milioni di euro. Parallelamente sono state eseguite oltre 50 perquisizioni e acquisizioni documentali.
L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Ancona, si articola in più filoni investigativi e coinvolge complessivamente 51 persone fisiche e 17 società.
Uno degli aspetti più rilevanti per il territorio calabrese riguarda i presunti collegamenti con ambienti della ’ndrangheta reggina, emersi durante gli approfondimenti sulla posizione di V.C., imprenditore che, secondo la ricostruzione accusatoria, si sarebbe insediato alla fine degli anni Novanta a Sassoferrato, nelle Marche, per poi affermarsi nel settore dell’edilizia.
Gli investigatori hanno ricostruito presunti rapporti risalenti con esponenti delle famiglie Avignone, attiva tra Taurianova e Cittanova, e Crea, operante a Rizziconi, entrambe nella provincia di Reggio Calabria. Quest’ultima era già stata interessata da precedenti indagini nelle Marche, nell’ambito delle quali sarebbe stata giudiziariamente riconosciuta come mandante dell’omicidio del 2018, a Pesaro, del fratello del collaboratore di giustizia Gerolamo Bruzzese.
Secondo l’ipotesi accusatoria recepita dal G.I.P., le società riconducibili a V.C. sarebbero state utilizzate sia per fornire manodopera nei cantieri della ricostruzione successiva al terremoto del 2016, sia per alimentare un sistema di fatture per operazioni inesistenti per circa 8 milioni di euro. Al pagamento delle fatture sarebbe seguita la restituzione in contanti di parte delle somme, che sarebbero state utilizzate anche per trasferire denaro a due esponenti delle cosche reggine.
Per queste condotte è stata contestata la frode fiscale con l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis.1 del codice penale, in relazione alla presunta finalità di agevolare le cosche di ’ndrangheta, oltre a reati tributari e bancarotta fraudolenta.
La ricostruzione post-sisma
La seconda direttrice investigativa riguarda un presunto sistema finalizzato all’indebita percezione di finanziamenti pubblici destinati alla ricostruzione privata nelle aree marchigiane colpite dal terremoto del 2016.
Al centro degli accertamenti figura E.C., imprenditore che, secondo gli investigatori, avrebbe acquisito una posizione dominante nel settore della ricostruzione pur disponendo di una forza lavoro insufficiente rispetto al numero degli appalti ottenuti. Il sistema si sarebbe basato sul ricorso sistematico al subappalto di manodopera, anche attraverso imprese formalmente intestate a prestanome e riconducibili a soggetti gravati da cause ostative o contigui ad ambienti criminali.
Da un lato, sarebbe emerso il rapporto tra E.C. e V.C., le cui imprese, secondo l’accusa, non avrebbero potuto operare nei cantieri del cosiddetto cratere sismico a causa della loro situazione giudiziaria e debitoria. Le attività sarebbero proseguite attraverso società formalmente intestate a terzi, che avrebbero ereditato nel tempo gli stessi asset aziendali.
Dall’altro, l’indagine avrebbe documentato l’inserimento nel sistema della ricostruzione di imprese riconducibili a G.D., R.D. e A.E., ritenuti contigui al clan dei Casalesi, in particolare alla fazione facente capo a Michele Zagaria.
Secondo la ricostruzione investigativa, l’utilizzo di prestanome avrebbe consentito di aggirare i controlli antimafia e le regole per l’accesso agli appalti e ai subappalti nelle aree interessate dal sisma, favorendo l’ingresso nel circuito dei finanziamenti pubblici di imprese che non avrebbero posseduto i requisiti necessari.
Il G.I.P. ha ritenuto configurabile, allo stato degli atti, il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, oltre alle contestazioni relative alle intestazioni fittizie di imprese e alle aggravanti connesse alla presunta agevolazione delle organizzazioni mafiose.
Il meccanismo contestato avrebbe permesso all’impresa appaltatrice di incassare l’anticipazione del 20% del valore dei contratti, il cosiddetto SAL 0, per poi affidare parte significativa dei lavori a imprese subappaltatrici riconducibili agli indagati.
L’importo complessivo delle risorse pubbliche coinvolte, calcolato sulla base dei contratti sottoscritti con la committenza privata, sarebbe pari a circa 200 milioni di euro. Il profitto contestato alla società appaltatrice è stato quantificato in circa 39 milioni di euro, mentre quello attribuito alle società subappaltatrici ammonterebbe a circa 18 milioni.
Il filone sulla corruzione negli appalti pubblici
Un ulteriore segmento dell’inchiesta riguarda presunti reati contro la pubblica amministrazione e un sistema di intermediazione illecita per orientare procedure di gara, favorire l’assegnazione di finanziamenti e ottenere vantaggi economici.
Gli approfondimenti si sono concentrati su un presunto comitato d’affari composto da A.C., A.E., F.P. e altri soggetti inseriti in contesti istituzionali e amministrativi regionali e universitari. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe sfruttato relazioni con pubblici ufficiali e centri decisionali per incidere su procedure riguardanti la Regione Marche, ERDIS Marche e l’Università di Camerino.
Tra le vicende esaminate figurano l’acquisto e la ristrutturazione di un ex monastero destinato a diventare uno studentato universitario, lavori per la realizzazione di una residenza per studenti ad Ancona e procedure relative all’accreditamento di una struttura sanitaria e all’affidamento di servizi energetici e di manutenzione in ambito sanitario.
Il valore delle procedure di interesse del gruppo supererebbe i 150 milioni di euro. Per alcune sarebbero state accertate dazioni o promesse di pagamento, mentre altre non si sarebbero perfezionate.
L’indagine ha inoltre ricostruito presunti flussi finanziari per circa 350 mila euro, giustificati attraverso fatture per operazioni inesistenti, che sarebbero stati utilizzati per corrispondere somme illecite in relazione ai reati contro la pubblica amministrazione contestati.
Le misure cautelari e i sequestri
Sulla base degli elementi raccolti, compresa l’audizione di un collaboratore di giustizia, il G.I.P. ha disposto la custodia cautelare in carcere per otto indagati, ritenendo sussistenti, nei casi indicati nel provvedimento, le esigenze cautelari legate al pericolo di reiterazione dei reati.
Il giudice si è riservato di decidere su altre cinque posizioni dopo gli interrogatori preventivi e si è dichiarato territorialmente incompetente per le vicende relative alle procedure dell’Università di Camerino.
È stato disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni e disponibilità finanziarie per 56.802.639,57 euro in relazione al reato di truffa aggravata, con priorità ai crediti vantati nei confronti dello Stato nel contesto della ricostruzione privata. Un ulteriore sequestro di 257.200 euro riguarda il reato di corruzione contestato a due imprenditori maceratesi.
Sono state inoltre sottoposte a sequestro impeditivo tre società, due delle quali sarebbero state utilizzate come schermo per le fatturazioni connesse alla corruzione di pubblici ufficiali e una per il subappalto illecito di manodopera.
I provvedimenti sono stati emessi nella fase delle indagini preliminari e sono impugnabili secondo le modalità previste dalla legge. Per tutti gli indagati resta valida la presunzione di innocenza: le eventuali responsabilità penali potranno essere definitivamente accertate soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.





























