Quando un trapianto non basta: la morte di Domenico e la speranza infranta

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Domenico aveva due anni e mezzo ed era nato con una grave cardiopatia congenita, una malformazione del cuore che rendeva impossibile la sua sopravvivenza senza un trapianto. Per mesi la sua vita era stata scandita da ricoveri, terapie e controlli continui. La sua famiglia aveva imparato a convivere con la paura, ma anche a nutrire una speranza fragile, giorno dopo giorno.

Il 23 dicembre 2025 arriva finalmente la notizia che tutti attendevano: un cuore compatibile era disponibile. L’organo proveniva da un piccolo donatore di Bolzano e veniva trasportato al Monaldi di Napoli, centro specializzato nei trapianti pediatrici. Per Domenico era l’occasione che avrebbe potuto cambiare tutto.

Durante il trasporto, però, qualcosa va storto. Secondo l’inchiesta della Procura di Napoli, il cuore sarebbe entrato in contatto con ghiaccio secco, subendo un danno da congelamento. Nonostante le criticità, l’intervento viene eseguito. Dopo l’operazione, Domenico viene mantenuto in vita grazie all’Ecmo, la macchina che sostiene cuore e polmoni quando non possono funzionare autonomamente.

Nei giorni successivi, le condizioni del piccolo peggiorano progressivamente. Il suo corpo, già fragile, fatica a sopportare lo stress chirurgico e il mancato funzionamento del nuovo cuore. Il 18 febbraio 2026, un collegio di specialisti stabilisce che non è possibile tentare un secondo trapianto: gli organi vitali sono ormai compromessi.

Alle prime ore del 21 febbraio 2026, Domenico va incontro a un arresto cardiocircolatorio. I medici tentano di rianimarlo, ma senza successo. Poco prima delle 9:30 del mattino, la vita di Domenico si spegne, ponendo fine a quasi due mesi di lotta in terapia intensiva. La Procura apre un fascicolo per omicidio colposo. Almeno sette sanitari risultano indagati, mentre telefoni e documenti sono stati sequestrati per chiarire se l’errore nella conservazione o nel trasporto dell’organo possa essere considerato la causa della tragedia. Dietro le date e i protocolli, però, c’era un bambino che non ha avuto il tempo di correre, ridere o assaggiare un gelato. Un bambino che ha conosciuto più sale operatorie che parchi giochi e più macchinari che carezze.

Per i genitori, quella telefonata del 23 dicembre aveva acceso una speranza concreta: un cuore che poteva dare vita al loro piccolo. Il Natale trascorso in ospedale era stato un alternarsi di paura e desiderio di miracoli, ogni giorno attaccati a monitor e parametri vitali. Ora restano le indagini e la ricerca di responsabilità, ma resta soprattutto il vuoto lasciato da un bambino che avrebbe meritato solo di vivere. Resta il dolore di chi ha atteso una seconda possibilità e l’amara consapevolezza che a volte, anche quando tutto sembra pronto per salvarsi, la vita può sfuggire tra le mani.

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