Alcol e alterazioni dismetaboliche, crescono le malattie epatiche. Giovani sempre più esposti tra binge drinking e obesità

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Il doppio allarme degli epatologi: la steatosi metabolica riguarda oltre il 30% degli adulti nel mondo, mentre in Italia circa 8 milioni di persone, tra cui circa 660mila giovani tra i 18 e i 24 anni, consumano alcol a rischio per la salute.

Obesità, diabete e consumo di alcol stanno ridisegnando la geografia delle malattie del fegato. In Italia la steatosi metabolica interessa circa il 25% della popolazione, mentre oltre 8 milioni di persone consumano alcol con modalità a rischio per la salute. Due fenomeni diversi ma sempre più intrecciati, che stanno spingendo la crescita delle malattie epatiche croniche e aumentando il rischio di cirrosi, tumore del fegato e necessità di trapianto. È questo uno dei temi principali al centro del 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), a Roma fino al 20 marzo presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica.

IL NUOVO SCENARIO DELLE MALATTIE EPATICHE

“Le malattie del fegato stanno cambiando profondamente e riflettono in modo sempre più evidente la trasformazione degli stili di vita della popolazione – osserva il Prof. Giacomo Germani, Segretario AISFSteatosi metabolica e malattia alcol-correlata sono due facce della stessa crisi di salute pubblica: rappresentano patologie ad alta diffusione e ad alto impatto sociale, che richiedono diagnosi precoce, presa in carico appropriata e un forte investimento in prevenzione. È una sfida che riguarda non solo i clinici, ma l’intero sistema sanitario e la società civile”.

LA STEATOSI METABOLICA: MALATTIA DIFFUSA, SPESSO SILENZIOSA

La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica è oggi la più comune tra le malattie croniche del fegato. I dati italiani confermano questo scenario: la survey AISF recentemente presentata al Senato della Repubblica, condotta su 43 unità operative di 41 ospedali, mostra che ogni centro segue in mediana 300 pazienti con MASLD/MASH e registra 50 nuovi casi l’anno; circa il 40% dei pazienti presenta già una fibrosi significativa (F2–F3) e il 20% ha già sviluppato cirrosi. Inoltre, tra i pazienti in carico, la prevalenza mediana di diabete è del 40% e quella di obesità del 50%. Nella Regione europea dell’OMS quasi un bambino su tre in età scolare vive con sovrappeso o obesità: un dato che riflette il profondo cambiamento degli stili di vita e il crescente peso delle malattie metaboliche.

“La steatosi metabolica può restare a lungo silente, ma in una quota rilevante di pazienti evolve verso forme più aggressive, con fibrosi, cirrosi e tumore del fegato – spiega il Prof. Salvatore Petta, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – Il problema è intercettare precocemente chi ha un rischio reale di progressione, soprattutto tra le persone con obesità o diabete, perché oggi abbiamo finalmente strumenti diagnostici non invasivi e nuove prospettive terapeutiche che possono cambiare la storia della malattia”.

LE PRIME TERAPIE SPECIFICHE. IL RUOLO CHIAVE DELL’EPATOLOGO

Accanto a dieta, attività fisica e controllo del rischio, infatti, si affacciano terapie mirate per una quota di pazienti con malattia più avanzata. Il documento di indirizzo clinico AISF segnala che Resmetirom e Semaglutide sono i primi farmaci ad aver dimostrato efficacia istologica negli studi di fase 3 per i pazienti con MASH e fibrosi significativa, e propone un framework strutturato per identificare, selezionare e monitorare i pazienti eleggibili. Questo, però, apre anche un tema organizzativo: la survey AISF segnala che nei centri italiani l’epatologo è stabilmente inserito nei team per la gestione dell’obesità solo nel 23% dei casi, mentre nel 44% non ne fa parte.

ALCOL: UN PROBLEMA ANCORA APERTO, TRA GIOVANI, STIGMA E FORME GRAVI

Accanto alla steatosi metabolica, resta forte l’impatto della malattia epatica alcol-correlata, che continua a rappresentare una delle principali cause di cirrosi e trapianto di fegato. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 circa 8 milioni di italiani hanno consumato alcol in quantità considerate a rischio per la salute, mentre tra i 18 e i 24 anni si contano circa 660mila giovani consumatori a rischio.

“Nonostante decenni di prevenzione, l’impatto sociale della malattia epatica alcol-correlata resta molto forte – osserva la Prof.ssa Patrizia Burra, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova – Quello che ci preoccupa da tempo è anche il cambiamento delle modalità di consumo tra i giovani, perché il binge drinking e il consumo inappropriato di alcol possono avere conseguenze non solo familiari, scolastiche e lavorative, ma anche epatiche molto severe. La malattia alcol-correlata non è solo il risultato di un consumo eccessivo protratto nel tempo, ma una patologia complessa, progressiva e potenzialmente fatale. Nella maggior parte dei casi evolve dalla steatosi alla fibrosi, poi alla cirrosi e, in circa il 6% dei casi l’anno, all’epatocarcinoma. Nelle forme acute più severe, come l’epatite alcolica, la mortalità a sei mesi può arrivare fino al 60%, rendendo fondamentale una presa in carico tempestiva e multidisciplinare”.

LO STIGMA E IL RITARDO NELLE CURE

Uno dei punti più delicati riguarda lo stigma, che pesa sia nella malattia metabolica sia in quella alcol-correlata. La EASL–Lancet Liver Commission ha evidenziato che lo stigma nelle malattie del fegato genera discriminazione, riduce la ricerca di cure e contribuisce a una minore allocazione di risorse, con un impatto negativo sugli esiti clinici. “Il paziente che ha problemi legati all’alcol tende spesso a sentirsi giudicato e quindi arriva tardi ai servizi sanitari – aggiunge la Prof.ssa Patrizia Burra – Ciò accade anche nelle persone con obesità o diabete. Quando il primo contatto con il medico è tardivo, la malattia è già progredita e le possibilità di intervento si riducono”.

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