Ndrangheta, picciotto beve sangue per salire di grado

“GIURA di rispettare le regole sociali; giura di rinnegare madre, padre, fratelli e sorelle; giura di esigere e transigere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo; qualsiasi azione farai contro le regole sociali sarà a carico tuo e a discarico della società. Lo giuri?”. E l’aspirante ‘ndranghetista, che si era punto il polso fino a farlo sanguinare, rispose “Lo giuro”. E’ una parte del complesso rituale di affiliazione alla mafia calabrese a cui venne sottoposto Gianni Cretarola (In foto, ndr), componente del gruppo che uccise un anno fa a Roma il boss Vincenzo Femia – lo attirò sul posto – e collaboratore chiave per risolvere il caso
Oggi la cattura dei tre presunti complici da parte della squadra mobile della capitale. Nell’ordinanza d’arresto il percorso criminale di un ragazzo calabrese nato e cresciuto a Sanremo, che sognava di diventare ‘ndranghetista e ci riuscì. Ma dopo il primo delitto eccellente, in cui pure non sparò, e le manette si pentì e fece arrestare i suoi compari. Nell’abitazione del 31/enne Cretarola a Roma, in via Palmiro Togliatti alla periferia est, fu trovato a luglio un quadernetto con le formule dei cerimoniali ‘ndranghetisti, criptate con un codice, 21 simboli al posto delle lettere dell’alfabeto.
L’affiliazione di Cretarola avvenne nel 2008 nel carcere di Sulmona (L’Aquila), dove scontava una condanna per un omicidio commesso durante una lite nel 2001. Sangue che gli avrebbe fatto ‘punteggiò nei successivi step mafiosi. In seguito Cretarola passò infatti dal rango di ‘picciottò alla ‘camorra di sangue’, in soli tre mesi perchè aveva già ucciso – ha spiegato -, e nel corso della nuova cerimonia bevve il sangue di un altro ‘ndranghetista, che si era ferito allo scopo un braccio. Quindi passò al terzo livello, quello di ‘sgarrista’. In modo informale in prigione, in attesa di uscire, “perchè non si poteva bruciare sul palmo della mano il santino di San Michele Arcangelo”, come prevede il rituale. Gli interrogatori di Cretarola sono un florilegio del linguaggio della ‘Ndrangheta, in questo caso di un ‘locale’, una ‘filiale’ creata a Roma. Alla cui nascita si era opposto Femia, considerato referente nella capitale del clan Nirta di San Luca, in Aspromonte, la ‘mamma’ della mafia calabrese. Gli stessi boss che ne avrebbero decretato la morte.
Sullo sfondo, lo scontro per il traffico di droga. Nell’ordinanza d’arresto ci sono le figure che circondano l’aspirante ‘picciotto’ nella cerimonia: il capo società, il contabile, il mastro di giornata, il capo giovane e il puntaiolo, che mette il coltello o il punteruolo su cui il candidato deve ferirsi. Alcuni in quel caso assenti perchè non detenuti e rappresentati con dei fazzoletti annodati. E poi la ‘Ndrangheta, mai chiamata così, per prudenza, specie in carcere, ma ‘pisellà o ‘pidocchià o ‘gramignà, perchè come quella infesta ed è ovunque. E anche i guadagni di un soldato della ‘ndrangheta come Cretarola: due-tremila euro al mese, secondo i periodi e gli ‘affarì. Sempre la droga costata cara a Femia.
(Articolo di Luca Laviola, Ansa)